Monete

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Monete

Il sole caldo le scaldava la nuca e le inumidiva la fronte, mentre camminava spensierata un giovedì pomeriggio. Ad un tratto si fermò. Cercò delle monetine nelle tasche dei suoi jeans spostando il busto verso destra poi verso sinistra.
«Dove le ho messe?» si chiese, mentre continuava a cercare in modo compulsivo le monetine del resto del panettiere che sapeva di averle messe da qualche parte, ma che ora proprio non riusciva a trovare.
Aprì la borsa. Controllò le tasche interne.
«Non ci sono, qua nemmeno. Ma dove sono?» si domandava.

«Trovate!» esclamò con un sorriso che le illuminava il volto. Le aveva infilate sotto la manica del maglione in compagnia dello scontrino sgualcito.
Presa dall’euforia e al tempo stesso da un leggero sollievo della fine di quella ricerca incessante, gettò lo scontrino a terra, ma poi si pentì e tenendo in mano le monete lo raccolse prendendolo con il mignolo della stessa mano e se lo mise in tasca.
Si avvicinò al telescopio a gettoni. «Minchia» pensò, «tre minuti di lavoro si fa ‘sto telescopio a tre euro, mi pagassero anche a me come te stupido affare di acciaio ora sarei alle Hawaii», rivolgendosi a lui come se la potesse sentire e come se si potesse far carico di tutte le sue frustrazioni.
Le monete erano tutte in formato da venti centesimi e l’operazione diventò più lunga del previsto.
Il telescopio la aspettava, sapeva che tanto dopo le solite lamentele alla fine i tre euro li avrebbe inseriti. Lo facevano sempre tutti: dai turisti viaggiatori ai padri di bambini capricciosi, dalle coppie di fidanzati romantici a lei che per curiosità voleva provare a vedere dentro un telescopio a gettoni almeno una volta nella vita.
Quando tutte le monete caddero all’interno del braccio che sosteneva il telescopio, Camilla mise il suo occhio vicino all’obbiettivo.
Sbandò prima a destra poi a sinistra, ma una volta presa dimestichezza con lo strumento iniziò la sua osservazione dal faraglione di terra, l’unico ancora unito alla terraferma.
Dopo pochi secondi, passò al faraglione di mezzo e dopo pochi secondi ancora, passò al faraglione di fuori con la paura che i tre minuti finissero prima di averli visti tutti. Questo era uno dei suoi grandi difetti, non sapeva godere a pieno dei momenti perché l’ansia della fine la divorava dentro.
Così, dopo essersi assicurata di avere visto tutti e tre i faraglioni prima dello scadere del tempo, riprese la sua osservazione dal faraglione di mezzo, stavolta muovendo il telescopio con calma godendosi i dettagli di quei picchi rocciosi che le sembravano in realtà così leggeri da galleggiare sul mare.
Si lasciò abbandonare all’immensità del mare, mentre il tempo scorreva e lei si sentiva armonica al suono delle onde di cui riusciva a percepire il rumore del loro frangersi tra il chiacchiericcio della gente che passeggiava.

Buio. Il tempo era scaduto, l’oculare del telescopio si spense.

«Scusi signorina» una voce da uomo arrivò al suo orecchio prima che lei potesse vedere il volto del suo interlocutore. Era l’addetto del telescopio a gettoni che doveva svuotare la macchina dalle monete.
Lei fece un paio di passi indietro e rimase ferma a guardarlo ancora immersa dall’esperienza appena vissuta. Lui sentendosi osservato si girò guardandola negli occhi:

«Con tutte queste monete ce lo facciamo un caffè?».