Il vecchio mulino

Il vecchio mulino

Eccolo, finalmente.

Pensavo che non sarei stato capace di ritrovare la strada per arrivare fin qui, invece mi sbagliavo. In fondo, ero soltanto un ragazzino…

Eccolo, il vecchio mulino.

O, perlomeno, ciò che ne rimane. Quarant’anni non sono passati solo per me.

Mi prende uno sgomento freddo, affilato come questa nebbia ovattata che mi si deposita sulla giacca, sulle ossa.

Scheletri di castagni dai rami spogli, secchi, fendono l’aria in un tetro abbraccio, ed è uno stringere, uno stritolare quasi, lo spazio tutto intorno al rudere.

Un’unica apertura al piano terra, una bocca scura e grondante, ricoperta di muschio strisciante.

Resto immobile, incerto se avvicinarmi o meno.

Non so nemmeno perché sono qui. Qualcosa (o forse qualcuno?) mi ha sospinto, mi ha trascinato fino a lui. È doloroso rivederlo.

Le pietre a terra, come cadaveri putrefatti in una trincea melmosa.

Le travi marcescenti del tetto pericolante sono avvolte dalla vegetazione che cresce senza controllo. La natura indomabile si sta riprendendo ciò che le appartiene e non trova ostacoli.

Vorrei avvicinarmi ma non ci riesco.

Il silenzio si fa pesante, irreale.

Gli uccelli tacciono. Non me ne ero accorto prima.

La nebbia scende ancora, sempre più compatta, biancastra, inesorabile.

Mi sposto restando comunque a debita distanza, tanto quanto basta per dare un’occhiata al lato sud, anch’esso martoriato dallo spietato scorrere del tempo.

La macina in pietra è al solito posto, appoggiata alla parete esterna. Simbolo dell’antica vitalità del luogo.

Vuota, morta, come un’orbita straziata.

Muta, mi osserva.