La fuga di Maya

La fuga di Maya

Un corvo nero in un sogno premonitore. Angoscia e turbamento nello stato d’animo di Maya che stava per compiere l’impresa più difficile: andarsene per mutare vita, pelle e sguardo.

Aveva deciso di divincolarsi dalla stretta di quei giorni dove i sogni le restavano appiccicati alla fronte proprio come i capelli sotto il diluvio.

Era appena cominciata la stagione dei monsoni e temeva che il villaggio avrebbe subito ingenti danni. Il suo non era altro che un mucchietto di capanne gettate sulla terra rossa. Avrebbe voluto portare con sé il fratellino e l’anziana nonna ma, se avessero capito le sue intenzioni, l’avrebbero costretta a restare.

La spaventava dover salire su quel rottame d’autobus sgangherato che l’avrebbe portata in città. Era terrorizzata dai luoghi chiusi e affollati. Portava con sé il continuo timore di essere afferrata dalla mano predatrice di un uomo che l’avrebbe violata senza scrupoli in uno squallido vicolo nell’ombra sudicia dell’indifferenza generale.

Questo era successo Torim, la sua amica del cuore. Maya aveva assistito al suo matrimonio piangendo. Gli undici anni della bambina in quell’abito nuziale avevano un aspetto funereo ai suoi occhi appannati. La cara Torim non aveva più parlato dal giorno della violenza e quando comprese di aspettare un figlio tentò di annegarsi nello stagno. Suo marito l’aveva afferrata per la gola, riportandola alla sua misera esistenza di concubina senza speranza, legandola con una fune per non farla scappare, ma lei aveva trovato comunque il modo di fuggire da lui: era morta durante il parto, lasciando in quel mondo di monsoni e sangue il suo primogenito prematuro.

A questo pensava Maya mentre si allontanava dalla stanza umida e muffosa dove tutti dormivano sulle stuoie. Non voleva essere presa, non voleva sposarsi, non voleva morire. Non aveva soldi né amici dai quali nascondersi, ma sapeva leggere e scrivere e imparava in fretta, e questo le avrebbe impedito di condividere lo stesso cupo destino di Torim.

Prese il suo fagotto leggero e piangendo sparì nella notte, silenziosa come il volo di un corvo.