Columbus Day

New York

Columbus Day

Cattivo odore. Di chiuso e sudore. Testa che esplode. Male alla schiena. Con la mano faccio una coppetta, alito lì dentro e annuso. Puzza di alcool. Faccio una smorfia infastidita. Che diamine è questa cosa che mi pungola alla schiena? Mi volto e cerco assennata l’oggetto sul letto. Il palmo passa in avanscoperta. Il lenzuolo sembra bagnato. È il mio sudore. Dio com’è sgualcito questo lenzuolo! A fatica apro gli occhi. La stanza è ancora buia, mi forzo di aprirli. Afferro l’oggetto su cui sono stata distesa tutta la notte. Mi alzo e cerco la tenda. La spalanco. Oh Dio, che luce c’è? Chiudo gli occhi istintivamente, come aggredita da quel bagliore. E poi li riapro e li indirizzo nella mia mano che saldamente tiene l’oggetto che mi ha fatto penare tutta la notte. Sento ancora il solco sulla schiena. Che diamine è? Un pupazzetto? Ah, sì. Adesso ricordo. È Colombo. O meglio la statuina che lo rappresenta. È di ieri, alla parata. Al Columbus Day. Ecco che riaffiorano allineati proprio come in una parata, i miei ricordi del giorno prima. L’Anniversario del giorno in cui il nostro italico Colombo, scoprì l’America. Bella scoperta, poi. Andare a disturbare i poveri Indiani che vivevano beati e sereni lì da chissà quanti anni. Ma non divaghiamo. Quanta gente c’era alla parata! Quanti Italo-Americani. Quanti colori, musiche, danze! E quanto ho bevuto, mannaggia a me… Poso il piccolo Colombo sul comodino e raggiungo il bagno. L’acqua fresca rigenera la pelle del mio viso, che subito appare più luminosa. Cerco di ricordare meglio la giornata precedente. C’erano i compagni di corso. Sono qui per studiare Economia, e c’erano tante famiglie americane i cui nonni emigrarono dalla poverissima Italia del Dopoguerra. A cercar fortuna. Fu molti anni fa. Ah sì, c’era anche un ragazzo, è lui che mi ha regalato quel dannato pupazzetto di Colombo. Parlava uno strano Italiano, quello dei nonni paterni, emigrati da un piccolo paese in provincia di Caserta, così mi disse. E poi come diceva? “Mio padre sgrida spesso perché non ho sprayato il garden”, “In casa mia, la mia room sta in goppa alla scala”, Ah, ah che buffo modo di parlare l’Italiano! Dio che mal di testa!

Esco dal bagno. Penso che la doccia la farò dopo. Ho bisogno di fare colazione. Dov’è la moka? Qui non usano moka, si fanno bibitoni di pseudo-caffè annacquato. Io la mia l’ho portata dall’Italia. Apro la credenza dove sono solita porre la moka, ma Dominique, scopertasi amante del caffè Italiano, me la ruba spesso e la ripone Dio solo sa dove. Ah, eccola infatti, stavolta l’ha messa nello scomparto delle pentole. Sempre meglio di quando la mise nel forno, o della volta che la sistemò nel frigo. Ah, ‘ste Francesi! Dominque studia Economia con me e condividiamo questo appartamentino a Georgetown insieme a due coreane, è un bell’appartamento a poca distanza dal Campus. Il ragazzo di ieri…il ragazzo di ieri…come si chiamava? Richiard…no, Patrick…no, Christopher! Sì! Infatti scherzando mi diceva: “Io sono Christopher-Columbus”, e mi sorrideva, e…che bellissimi denti aveva, ricordo, sì. È stato allora che mi ha dato quel pupazzetto. Poi però l’ho perso di vista. C’era troppa, troppa gente. Insieme a Serena e Giovanna abbiamo aiutato lo stand dell’Accademia di Cultura Italiana, abbiamo distribuito tutto, non è rimasto nulla. E lo credo bene! Dio, quella mozzarella di bufala che cos’era! “Please mozzarella-cheese thanks”, non finivano di chiedermi gli avventori, continuamente! E poi c’erano i dolci della tradizione napoletana: caprese, babà, sfogliatelle, pastiera…e quelli della tradizione siciliana: cassatelle di sant’Agata, cannoli, frutta Martorana…Non so quanti ne ho mangiati di nascosto. Poi con le ragazze siamo andate al pub, anche lì abbiamo fatto festa. È stato bello sentire parlare tanta gente in Italiano. Qui a parte le mie due amiche, che comunque vedo poco perché studiamo materie diverse, non capita spesso di sentir parlare la mia lingua. A Natale tornerò a casa. Sono felice ma so già che quando sarò di nuovo a Roma mi mancherà questo immenso, contraddittorio, affascinante Paese. La moka borbotta. Il caffè è pronto. Me lo verso nella tazza grande, ne riempio circa la metà. Ad esso aggiungo latte freddo, che qui vendono in contenitori enormi, sembrano fustini del detersivo per il bucato. L’intruglio che sto bevendo, mezzo caldo, mezzo freddo è opera mia, non c’entra con la tradizione Italiana, ma a me piace così il caffellatte, il caldo e il freddo perfettamente bilanciati. L’uno perfettamente amalgamato dentro l’altro. Ho delle mie manie, lo ammetto. Mentre sorseggio e cerco di destarmi definitivamente, penso a questa storia degli equilibri, delle cose dentro altre cose, delle mescolanze. Ma sì! Poso la tazza e corro in camera mia. Il pupazzetto è ancora lì, fedele che mi osserva. Lo prendo e lo capovolgo, c’è un piccolo foro al suo interno e dentro un pezzetto di carta arrotolato. “Look inside! Guardare dentro!”, mi aveva urlato Christopher mentre la folla lo spingeva via, e con la mano indicava il pupazzetto che mi aveva appena dato. “202-337-3406 please call me!” era scritto a penna con una calligrafia un poco tremolante. Sorrisi a quell’invito e mi resi conto che il mal di testa era svanito.