In amore vince chi prende l’ascensore

In amore vince chi prende l’ascensore

Ogni giorno prende l’ascensore e ogni giorno io la sento.
In quei ritagli della giornata la aspetto e ogni volta cerco di fermare la corsa del suo ascensore per poterla incontrare.
Lei? Lo sa.
Lo sa ogni volta che fa battere forte i piedi sopra di me, ogni volta che tiene il volume dello stereo alto, ogni volta che chiudendo la porta di casa sua lo fa tintinnando le chiavi e sbattendo la porta in modo feroce, così da concedermi il tempo per raggiungerla all’ascensore.
Ci sono giorni in cui sono più fortunato di altri e riesco perfino a sfiorarle le mani nella vicinanza dell’intimo ascensore in cui condividiamo il nostro amore.
In questo periodo indossa spesso un cappotto marrone ed è avvolta in una sciarpa grigia che le copre il volto fino al naso. Fuori è il 15 dicembre e fa molto freddo, ma lei è la mia primavera.
A causa della sua sciarpa, non posso vederla sorridere imbarazzata dal mio modo di ammirarla, ma le vedo gli occhi ridere. I suoi occhi sono verdi con delle striature color nocciola e sono gli occhi più espressivi che io abbia mai visto. Eppure di anni ne ho 35 e di donne più di un paio ne ho avute o almeno frequentate. Ma Lei. Lei mi travolge. Non so il suo nome e forse questo la rende ancora più eccitante. Le nostre conversazioni sono fatte solo di sguardi, imbarazzi quotidiani e timidi saluti. In quel ascensore le sento il respiro e assaporo l’odore della sua pelle.
Piano terra. Deve scendere. Anche io dovrei. Ma quello che faccio è risalire al quarto piano sdraiarmi sul divano del mio appartamento e assopito dal fumo di una sigaretta ripercorro con la mente gli istanti di Lei appena vissuti.
Lei sa che non devo davvero prendere l’ascensore in quell’affanno terribile di chi sta perdendo il treno il primo giorno di lavoro e sa che quello è il nostro appuntamento.
Ricordo la prima volta che venne a stabilirsi sopra di me. Ricordo che allora le parlai perché ancora avevo il coraggio di chi non conosce l’amore. Mi disse che si sarebbe stabilita per poter proseguire gli studi di biologia vicino alla sua sede universitaria. Poi il primo casuale viaggio in ascensore, il primo contatto con il suo anulare che sfiora la cucitura laterale del mio jeans, il primo respiro sentito e annusato e qualcosa iniziò a muoversi dentro di me, come un temporale, come quello di quel giorno furibondo in cui le prestai l’ombrello in ascensore e Lei mi disse «grazie», mentre io, impalato, nemmeno le risposi. Non mi ha mai restituito quell’ombrello, mi piace pensare l’abbia tenuto come pegno d’amore.
Non ne ho parlato a nessuno di questo mio amore. Mi sento infantile e sono certo che gli altri sminuirebbero quello che sento. Non è semplice attrazione, mi sento legato a Lei da sempre, come se conoscessi ogni sua abitudine, ogni sua passione, gusto e preferenza.
Da un paio di giorni, però, ho perso questa connessione con lei. Non la sento più, non la vedo più, non ci guardiamo più.
Ho iniziato pure a fare le scale pensando che avesse cambiato abitudini nella speranza di incontrarla sui gradini. Ha addirittura smesso di fare rumori di proposito e di farmi sentire la sua presenza come se volesse dimenticarmi, come se io fossi un capitolo ormai chiuso della sua vita.
Un giorno sono rimasto immobile fuori dal suo appartamento ad aspettarla per assicurarmi che non si fosse trasferita a mia insaputa. Forse il giorno della sua laurea era arrivato ed era tornata a casa dalla sua famiglia. Forse e altri mille forse mi trastullavano in testa.
Non so cosa mi abbia fermato dal bussarle alla porta e chiederle anche solo come stava, ma il coraggio mi è mancato. Ho trascorso giorni tra l’ascensore e la finestra. Tra l’attesa della sua corsa e la vista di Lei uscire di casa e camminare con quel suo passo timido verso il solito bar all’angolo dove prende il panino per il pranzo.
Qualcosa è cambiato, ne sono certo. Così tanto tempo senza che i nostri sguardi si toccassero non era mai capitato. Mi sentivo come quando un amore finisce con la differenza che io quell’amore non l’avevo ancora vissuto. Non conoscevo il sapore dei suoi baci e che sensazione mi avrebbe dato aspettarla rientrare in casa, vederla cucinare e guardare un film con lei, non conoscevo nulla di Lei, ma sapevo di amarla in un modo folle.

Sono esattamente cinque giorni che non la vedo e inizio anche a nutrire il sospetto abbia trovato un fidanzato, uno di quelli veri con cui ci vai pure a fare la spesa, non uno da ascensore. I miei dubbi sono alimentati dalle sue continue uscite serali fuori dalle sue regolari abitudini. Mi sento geloso. Immagino un altro vicino a lei come per otto mesi lo siamo stati noi nell’ascensore. Questo pensiero mi fa impazzire. Sono furibondo anche con Lei. Penso che avrebbe potuto almeno dirmi qualcosa a proposito o bussarmi alla porta e chiedermi di fare un ultimo giro di ascensore con Lei. Mi sento umiliato. Io la aspetto all’ascensore e Lei non si fa più trovare.
Dopo altri innumerevoli tentativi di incontrarla, ho preso la decisione che non l’avrei più aspettata. Ho deciso di concedermi solo un piccolo sfizio per alleggerire la pillola: un solo pensiero di Lei nell’arco della giornata. Così le mie vacanze natalizie si alternarono tra un pensiero di lei china sui libri a studiare e un altro sotto le coperte a riposarsi.
La notte la sogno e il mattino mi sveglio più triste del giorno prima. Penso che forse avrei dovuto fare la prima mossa parlandone invece di sedurla solo con sguardi e sorrisi. Che idiota. Innamorato di una di cui non conosco nemmeno il nome.
Una mattina, dopo la mia solita colazione a latte e biscotti ho sentito dei passi sopra di me. Lei? O magari i passi di quell’uomo misterioso con cui mi ha rimpiazzato?
Non lo so, ma so che preso dall’impulso decisi di salire da Lei e finalmente bussarle alla porta. Mi sono preparato il discorso facendo lunghi monologhi allo specchio e ne avevo preparato uno anche in caso in cui alla porta mi aprisse il mio rivale, Lei aveva qualcosa che doveva restituirmi: il mio cuore, ma anche il mio ombrello.
Dopo essermi lavato la faccia, esco dal mio appartamento. Respiro. Decido di chiamare l’ascensore, ma poi prendo le scale per guadagnare tempo.
Il cuore mi batte forte come quando da bambino sali per la prima volta sulle montagne russe. Solo che stavolta non c’è nessuno a tenermi la mano e non so ancora chi mi aspettava una volta arrivato in cima.

Sono lì. Davanti alla sua porta. Mi tocco la fronte, mi mordo il labbro inferiore con i denti, respiro e busso.
Busso una volta. Nessuno.
Busso una seconda volta.
«Chi è?» mi risponde una voce femminile da dietro la porta.
È Lei. Ne sono sicuro. Riconosco il timbro di quella voce sentito la prima e unica volta che ci siamo parlati.
L’emozione sale e sento la temperatura corporea crescere, ma cerco di minimizzare il tutto rispondendo con un tono neutrale.
«Sono Lorenzo, del piano di sotto, ho bisogno di una cosa».
Sentii la chiave girare nella serratura della porta. C’ero quasi. Le stavo per parlare e per confessarle il mio amore. Un giro di chiavi, due giri, tre.
Lei davanti a me.
«Perché ci hai impiegato così tanto tempo?» mi disse.
E con le mani a palmi aperti verso il soffitto mi diede un bacio lungo fino a mezzogiorno.