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Non MELA racconti giusta

«So chè al prim basèl,
mama mama che bröta pùra
sito sito l’è chel di póm!»

Così, tutte le mattine Aurora veniva svegliata dalla nonna.
La bambina incurante del tono tremante di quella filastrocca, rideva a crepapelle già all’udire il suono del tacco della ciabatta della nonna che batteva contro il primo gradino della scalinata in marmo che conduceva alla sua camera da letto.
Crescendo Aurora non smise di chiedersi il vero significato di quella filastrocca che aveva toni lugubri nella recitazione, ma che tanto la faceva divertire da piccola.
La nonna sfortunatamente una risposta non l’aveva più.

La nonna e Aurora avevano un rapporto speciale. Loro più che nonna e nipote, erano compagne di giochi, di avventure, di vita. Aurora timida e sorridente con la sua contagiosa vitalità di bambina di otto anni trascinava la nonna in battaglie tra pirati, caccia ai ladri, corse in bicicletta, sposalizi tra principi e principesse, tornei di carte e lunghe passeggiate.
Con l’arrivo della primavera e l’allungarsi delle giornate, il tempo trascorso con la nonna aumentava. La bambina armata della sua bicicletta si dirigeva verso la casa della nonna che si trovava in fondo alla via, dove l’asfalto finiva e si apriva una stradina sterrata attorniata da campi coltivati e rogge.
Aurora respirava l’aria che sottile le sfiorava le mani e il volto, spostandole i capelli castani che le toccavano le spalle. Era felice e ad ogni rumore di sassolino della strada che si percuoteva sulla ruota della sua bicicletta, si sentiva sempre più vicina alla nonna e al loro mondo.

«Nonna, ciao. Sono arrivata!» urlava Aurora usando tutta la potenza della sua voce.
La nonna lasciava sempre cancello e porte aperte, non usava le serrature e non esistevano le chiavi. Lei non aveva paura degli sconosciuti o dei ladri, diceva sempre «a casa mia non si ruba!», regola che Aurora ha sempre rispettato alla lettera, se non fosse per qualche piccolo furtarello di qualche monetina dimenticata sul comò con cui la bambina si comprava le girelle alla liquirizia, le sue preferite.
Un pomeriggio approfittando della bella giornata di sole caldo e accogliente, la nonna disse alla bambina: «Ti porto a fare una bella passeggiata oggi».
«Bello Nonna! Facciamola lunga, lunga, andiamo fino dietro la casa del Rosolino a vedere se anche quest’anno cresceranno le more» rispose entusiasta Aurora.
«Ma è ancora presto per le more. Oggi ti porto in un posto nuovo» disse la nonna.
«E dov’è questo posto nuovo?» chiese curiosa Aurora.
«In questo posto nuovo crescono i bucaneve, il resto sorpresa!»
«Buca chi?»
«Bucaneve», rispose dolcemente la nonna.
«Aaaah. Ho capito. Brucaneve» disse spiritosa Aurora.
«Non brucaneve Auri, ma B-U-C-A-N-E-V-E».

Partirono e Aurora non smise un momento di parlare, eccitata della loro nuova avventura. Arrivarono in prossimità della curva che conduceva in un campo incolto circondato da una roggia senz’acqua, dove la nonna decise di fermarsi e sulla riva la bambina vide e raccolse il suo primo bucaneve.
La nonna li descriveva a forma di campanellino, ma per lei avevano la forma della gonnellina delle sue bamboline polly-pocket che aveva a casa. Per Aurora erano i fiori più belli del mondo con lo stelo verde e i petali bianchi a testa in giù.
«Nonna, ma i bucaneve dormono sempre?»
La nonna sorrise e le chiese: «come mai dici così?»
Aurora, allora, raccolse un bucaneve e lo portò vicino al suo volto, mentre con la mano destra lo teneva dal gambo con l’indice della mano sinistra, con delicatezza, cercava di spostare il bocciolo del fiore verso l’alto, ma questo tornava sempre a testa in giù.
La nonna sorrise di nuovo: «sono fatti così Auri, ma loro non dormono, sono sempre svegli per tutta la primavera».
«Allora forse, hanno ancora la testa in giù perché si sono appena svegliati e sono ancora stanchi, nonna», disse la bambina.
Nel rientro verso casa, la bambina si ricordò di non aver chiesto alla nonna la cosa che più l’aveva incuriosita di quella nuova scoperta.
«Nonna, ma come mai si chiamano bucaneve? Non c’è la neve!» chiese alla nonna.
«Il mio bubà mi raccontava che i bucaneve si chiamano così perché sono bianchi come la neve e perché sono i primi fiori che nascono dopo la neve dell’inverno» le rispose.
«E chi è il bubà?» sbalordita domandò Aurora.
«Il bubà è il mio papà, lo chiamavo sempre bubà» le rispose.

Aurora adorava tutto ciò che la nonna le raccontava e le era concesso fare cose che con mamma e papà non si potevano fare, tra queste lo stare sveglie fino tardi e il correre a piedi nudi nel cortile. A volte poteva addirittura mangiare seduta per terra nel prato con il piatto appoggiato sulle ginocchia in compagnia di Baffy, la cagnolina della nonna.
La notte di San Lorenzo per la nonna e Aurora era tradizione prendere due sedie dalla cucina, trascinarle al centro del cortile e dopo essersi sedute con la testa verso il cielo, aspettare. Aspettare di vedere le stelle cadenti, di esprimere un desiderio e di tenerlo segreto.
Per Aurora, aspettare sotto quel cielo di innumerevoli stelle rese visibili dall’assenza di luminosità artificiale della città, era un’occasione per chiacchierare con la nonna, ma la nonna nella notte di San Lorenzo non amava parlare, preferiva godere del silenzio dei campi di granoturco che circondavano la sua casa e del cielo stellato che la proteggevano.
La bambina, allora, si dedicava all’inseguimento delle lucciole che leggere volteggiavano nell’aria calda d’estate. Ne catturava una tenendo la mano a ciotola per non farla volare via, la mostrava alla nonna e la lasciava libera, così ripeteva per tutte le lucciole che volavano attorno a loro. Era un gioco, come tanti, che gli aveva insegnato la nonna.

Aurora di bucaneve belli come quelli che raccoglieva con la nonna non ne ha più visti, le stelle le guarda ancora e di desideri ne ha più di quanti ne aveva da piccola, le lucciole non le insegue più, ma nelle sere d’estate le guarda ricordandosi di quel gioco magico del suo mondo da bambina.
Momenti indimenticabili che la nonna ha perso per sempre.
I lori ricordi sono tenuti vivi solo dalle parole di Aurora che raccontano alla nonna di cose e momenti di cui lei non riesce a ricordare, come se non fossero mai esistiti, perduti per sempre.
Persa nella sua identità, privata della sua casa e dei suoi affetti. Aurora la va trovare spesso e stringendole le mani sente ancora il calore dell’affetto della nonna che la faceva stare bene, comoda, sicura da bambina e che non smette di farlo nemmeno da adulta.
«Noni, ciao, come stai oggi? le chiese Aurora nella sua visita settimanale del sabato pomeriggio.
«Ciao dov’è Aurora?» chiese la nonna.
«Nonna sono io Aurora. Guarda cosa ti ho portato.»
Aurora le mise tra le mani un bucaneve raccolto la mattina stessa, sperando che la vista di quel fiore richiamasse in vita qualche suo ricordo.
Niente. La nonna si limitò a ringraziarla baciandole la guancia.
Aurora sistemò il fiore sul comodino e sconfortata prese una sedia per accomodarsi accanto a lei. Passarono pochi minuti che la nonna, come sempre, cercò la sua mano e iniziò a farle domande.
Poche cose chiedeva la nonna e sempre le stesse. Chiedeva del nonno, delle sue galline e dei suoi conigli, del suo papà e della sua mamma e spesso Aurora inventava le risposte per non farla soffrire.
«Nonna, ma ti ricordi di chel di póm? Chi è chel di póm?» le chiese Aurora quel giorno.
«Chel di póm è quello delle mele, era un signore che andava nelle cascine e regalava le mele ai bambini» rispose la nonna.
«Ma vendeva frutta e verdura?»
«Sì. Dopo a ogni bambino regalava un póm, una mela in bergamasco, lo capisci il bergamasco tu?»
«Sì, ma i bambini avevano paura di chel di póm?» chiese Aurora.
«No, non avevano paura. Perché? Avevano paura i bambini? Ma no».

Eppure chel di póm nella filastrocca che la nonna le raccontava da bambina le ricordava qualcosa più simile all’ “uomo nero” che ad un fruttivendolo gentile con i bambini. Il tono della voce della nonna era per farla spaventare protraendosi verso di lei per portarla via dal letto e non arrivava mai con nessuna mela, ma questi erano dettagli di cui la nonna probabilmente si era dimenticata e ne aveva inventati altri per non deludere se stessa e la nipote. Così, Aurora che fin da bambina si domandava chi fosse questo signore delle mele, ma che per timore di rompere il divertimento di quel rituale non ebbe mai il coraggio di chiedere, rimase ancora senza risposte.
Scese a prendere un thè caldo nella sala d’attesa, mentre le infermiere effettuavano il cambio quotidiano e la pulizia della nonna. Trascorsi venti minuti, risalì in camera per salutare la nonna prima di andarsene.
Arrivata fuori dalla porta, Aurora si fermò sulla soglia e sbirciò dentro per vedere la nonna. Si era addormentata. Fece un passo indietro e appoggiò la schiena al muro. Ferma. I palmi sudati delle mani premevano sulla parete con il cuore che le batteva fin dentro la pancia.
Si staccò dal muro, fece un passo verso la porta e iniziò a pronunciare la filastrocca con voce bassa e profonda continuando a camminare fin dentro la stanza.
«So chè al prim basèl»
La nonna aprì gli occhi, si voltò verso la direzione da cui proveniva la voce, vide Aurora, le sorrise e proseguì con tutta la memoria che le era rimasta.
«Mama mama che bröta pura»
Aurora era tremante dall’emozione ed esageratamente felice come se per un istante non fosse mai cambiato nulla dai suoi otto anni.
«Sito sito l’è chel di póm!» concluse Aurora buttandosi nel letto della nonna in un abbraccio avvolgente come per prenderla in braccio, riempiendola di baci che simulavano delle pernacchie con la bocca.

La nonna scoppiò a ridere a crepapelle.

monete

Monete

Il sole caldo le scaldava la nuca e le inumidiva la fronte, mentre camminava spensierata un giovedì pomeriggio. Ad un tratto si fermò. Cercò delle monetine nelle tasche dei suoi jeans spostando il busto verso destra poi verso sinistra.
«Dove le ho messe?» si chiese, mentre continuava a cercare in modo compulsivo le monetine del resto del panettiere che sapeva di averle messe da qualche parte, ma che ora proprio non riusciva a trovare.
Aprì la borsa. Controllò le tasche interne.
«Non ci sono, qua nemmeno. Ma dove sono?» si domandava.

«Trovate!» esclamò con un sorriso che le illuminava il volto. Le aveva infilate sotto la manica del maglione in compagnia dello scontrino sgualcito.
Presa dall’euforia e al tempo stesso da un leggero sollievo della fine di quella ricerca incessante, gettò lo scontrino a terra, ma poi si pentì e tenendo in mano le monete lo raccolse prendendolo con il mignolo della stessa mano e se lo mise in tasca.
Si avvicinò al telescopio a gettoni. «Minchia» pensò, «tre minuti di lavoro si fa ‘sto telescopio a tre euro, mi pagassero anche a me come te stupido affare di acciaio ora sarei alle Hawaii», rivolgendosi a lui come se la potesse sentire e come se si potesse far carico di tutte le sue frustrazioni.
Le monete erano tutte in formato da venti centesimi e l’operazione diventò più lunga del previsto.
Il telescopio la aspettava, sapeva che tanto dopo le solite lamentele alla fine i tre euro li avrebbe inseriti. Lo facevano sempre tutti: dai turisti viaggiatori ai padri di bambini capricciosi, dalle coppie di fidanzati romantici a lei che per curiosità voleva provare a vedere dentro un telescopio a gettoni almeno una volta nella vita.
Quando tutte le monete caddero all’interno del braccio che sosteneva il telescopio, Camilla mise il suo occhio vicino all’obbiettivo.
Sbandò prima a destra poi a sinistra, ma una volta presa dimestichezza con lo strumento iniziò la sua osservazione dal faraglione di terra, l’unico ancora unito alla terraferma.
Dopo pochi secondi, passò al faraglione di mezzo e dopo pochi secondi ancora, passò al faraglione di fuori con la paura che i tre minuti finissero prima di averli visti tutti. Questo era uno dei suoi grandi difetti, non sapeva godere a pieno dei momenti perché l’ansia della fine la divorava dentro.
Così, dopo essersi assicurata di avere visto tutti e tre i faraglioni prima dello scadere del tempo, riprese la sua osservazione dal faraglione di mezzo, stavolta muovendo il telescopio con calma godendosi i dettagli di quei picchi rocciosi che le sembravano in realtà così leggeri da galleggiare sul mare.
Si lasciò abbandonare all’immensità del mare, mentre il tempo scorreva e lei si sentiva armonica al suono delle onde di cui riusciva a percepire il rumore del loro frangersi tra il chiacchiericcio della gente che passeggiava.

Buio. Il tempo era scaduto, l’oculare del telescopio si spense.

«Scusi signorina» una voce da uomo arrivò al suo orecchio prima che lei potesse vedere il volto del suo interlocutore. Era l’addetto del telescopio a gettoni che doveva svuotare la macchina dalle monete.
Lei fece un paio di passi indietro e rimase ferma a guardarlo ancora immersa dall’esperienza appena vissuta. Lui sentendosi osservato si girò guardandola negli occhi:

«Con tutte queste monete ce lo facciamo un caffè?».

Eternità

Per San Valentino non abbiamo mai festeggiato. Per noi valeva il giorno che ci siamo conosciuti e il 4 marzo, senza seguire le mode del momento. Pochi gli amici prima e dopo il matrimonio, celebrato per pochi intimi: noi e i testimoni. Poi ci siamo dati anima e corpo a realizzare un sogno la casa, quale primo obiettivo; e ci siamo riusciti. Casa che è rimasta sempre a porta aperta per tutti quelli che hanno potuto condividere un percorso di vita con noi, lontano dai clamori e dalle mode del momento, seguendo sopratutto i bisogni degli altri, rinunciando a qualcosa sempre.

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Vita da bici

Piazza San Giacomo.
Proprio qui doveva lasciarmi? Con tutte le postazioni libere che ci sono! Proprio qua, con tutti questi piccioni che mi scagazzano sul sellino. Pensa positivo, respira, pensa positivo. Beh… Di positivo c’è che con il sellino sporco di certo oggi non dovrò lavorare, ma insomma preferisco avere qualche sedere grasso sul sellino che una cacca. Maledetti uccelli e maledetto quello che mi ha riconsegnato qui! Venti pedalate più in là ed eravamo in Via Matteotti dove gira una bella arietta, i clienti sono cortesi e i piccioni non ci sono.
Ma ormai è tardi per lamentarsi. Sono bloccata qui. E chissà per quanto tempo ancora.

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In amore vince chi prende l’ascensore

Ogni giorno prende l’ascensore e ogni giorno io la sento.
In quei ritagli della giornata la aspetto e ogni volta cerco di fermare la corsa del suo ascensore per poterla incontrare.
Lei? Lo sa.
Lo sa ogni volta che fa battere forte i piedi sopra di me, ogni volta che tiene il volume dello stereo alto, ogni volta che chiudendo la porta di casa sua lo fa tintinnando le chiavi e sbattendo la porta in modo feroce, così da concedermi il tempo per raggiungerla all’ascensore.
Ci sono giorni in cui sono più fortunato di altri e riesco perfino a sfiorarle le mani nella vicinanza dell’intimo ascensore in cui condividiamo il nostro amore.

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Foto di una coppia

Nella luce del tramonto

Parlami, ti prego.

Adele guardò oltre i vetri della finestra del salotto. Una moltitudine di gocce di pioggia stava appannando tutto quello che si trovava là fuori. Dense nubi scure stavano riversando sulla città il proprio malessere.

Attese per un po’ un segno che non si palesò. Si sedette sul divano, avvolgendosi nella morbida mantella di lana. Ne sentì il tepore sul corpo, come un abbraccio a lungo desiderato.

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Gnometto

La principessa dai capelli blu

Nel regno di Re Balbu viveva principessa Blumina, una principessa tutta strana.
Blumina invece di portare i capelli lunghi e biondi come tutte le principesse delle fiabe, li teneva corti e tutti blu, a volte si faceva persino la cresta con il gel di Re Balbu. Invece di amare le buone maniere e l’eleganza, adorava il calcio e la divertiva da matti fare i rutti con l’acquabolle di strega Gasatella, che ogni giorno prendeva acqua al ruscello e faceva la sua magia frizzantina. Invece di indossare le scarpe con il tacco, indossava scarpe da ginnastica, mangiava cioccolata, non si curava della dieta e qualcuno al regno diceva di averla sentita perfino fare delle puzzette.
Ma che principessa è mai questa?

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Sposa, matrimonio

Ricordi di un passato

Oggi sono seduto qui, sulla nostra panchina a Erchie nella bellissima Costiera Amalfitana in piazzetta Sammarco a crogiolarmi al sole, con te accanto, come più di cinquant’anni fa. Lo sguardo si posa sulla spiaggia di questo magnifico borgo. Vedo il cielo specchiarsi nel mare: hanno lo stesso colore e quasi non riesco a distinguere l’orizzonte. Mi accorgo di due nuvole bianche vicine che tendono a limitare i raggi del sole. Se le osservo con attenzione, mi sembra di scorgere il profilo di noi due nell’intento di un bacio. È una sensazione di pace e di eternità della nostra vita. Ricordo quando siamo venuti qua la prima volta, eravamo appena sposati e avevamo deciso di andare in viaggio di nozze proprio sulla costiera amalfitana.

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Auto sportiva lungo statale

Se solo potessi dirti

Avverto ancora quel forte retrogusto acidulo, dolciastro in bocca, come di frutta prematuramente marcita. Lo schianto è stato devastante. Un boato improvviso, poi quell’odore di olio bruciato e benzina. Assurdamente lo stereo dell’auto continuava a suonare quella melensa raccolta di successi di Elton John. Infine il buio, inaspettato.

Eppure ora vi vedo. Di nuovo vi vedo e il vedervi mi riempie di una strana euforia. Ci sei anche tu mamma e come sei bella nel tuo vestito blu, lo stesso che portavi al mio matrimonio; ti ricordi? Non preoccuparti, non mi vedrai piangere, avevi sussurrato…

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New York

Columbus Day

Cattivo odore. Di chiuso e sudore. Testa che esplode. Male alla schiena. Con la mano faccio una coppetta, alito lì dentro e annuso. Puzza di alcool. Faccio una smorfia infastidita. Che diamine è questa cosa che mi pungola alla schiena? Mi volto e cerco assennata l’oggetto sul letto. Il palmo passa in avanscoperta. Il lenzuolo sembra bagnato. È il mio sudore. Dio com’è sgualcito questo lenzuolo! A fatica apro gli occhi. La stanza è ancora buia, mi forzo di aprirli. Afferro l’oggetto su cui sono stata distesa tutta la notte. Mi alzo e cerco la tenda. La spalanco. Oh Dio, che luce c’è? Chiudo gli occhi istintivamente, come aggredita da quel bagliore.

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