La luna da parte

luna

La luna da parte

Già prima, Selene,
ti sei tinta di rossore
quando a vista
trovasti amore
tra le braccia mie mortali,
ed ora ancora t’avvicini
al tuo Endimione
con lo stesso ardore
raccontato negli annali,
quando dormiente ma sveglio
mi lasciasti,
ed ancor così sul mio viso
occhi spalancati
hai trovato.
Non le tue parole
hanno perso sentimento,
né il cuore
ha dimenticato quel tempo.
I millenni son passati
e così i nomi,
ma simili i nostri volti
son rimasti.

luna

Così ti scrivevo Selene quando le epoche erano lente e ci lasciavano il tempo per amarci anche solo nella notte, quando ti avvicinavi a me nella grotta dove mi addormentasti per rendermi un mortale immune alla morte e permettermi in eterno di sognarti. Ed era bello guardarti mentre pallida ed in viso un po’ rossa scendevi dalla luna su un raggio di luce e con me giacevi finché il sole non si rivelava. Ma che ne rimane adesso, ora che il giorno e la notte sono un unico momento poiché il mondo gira più veloce ed io non so più quando aspettarti. Ora che non esiste più un tempo per cui attendere ma solo istanti da vivere, io ho rotto il sogno che abitavamo, desiderando non un amore eterno ma un cuore concreto.

Ho lasciato così la grotta che occupavo per soddisfare il tuo piacere ed ora vago lungo questa terra in ricerca del vero battito nel petto.

Settembre procedeva tra gli ultimi friniti dei grilli, poggiati sui lampioni ai lati delle strade e sugli alberi nei giardinetti delle scuole; in lontananza si percepiva il torpore di una città che giorno dopo giorno lenta si riempiva. Il silenzio, colto appena tra gli intervalli di quel brusio, veniva rotto dal suono delle foglie calpestate dai nostri passi.

La conobbi per caso qualche settimana prima, in un bar in piazza. Io la osservavo mentre camminava col mento all’insù ed i capelli ricci si sostenevano sulle sue spalle scoperte e scottate dal sole, gli occhi erano arrossati dall’acqua di mare di cui portava abbondantemente il profumo. Per avvicinarmi finsi di averla già incontrata, salutandola come se già ci fossimo presentati; non ho mai capito se lei sapesse che in realtà era tutto solo un pretesto. Finimmo davanti a due tazze di caffè il cui odore tostato impregnava le sue parole donandole maggiore intensità. Io la lasciai parlare, bisognoso di riempire il silenzio dei secoli passati nel sonno.

Non avevo mai sentito il tatto della pelle di qualcun altro ed ora tra le mani avevo lei mentre camminavamo toccati dalla luce del tramonto. I raggi ci colpivano gli occhi ed eravamo, tra un passo e l’altro, un po’ in bilico. Nonostante lo scarso equilibrio spesso mi voltavo per guardarle il viso, solo perché mi piaceva, con i suoi tratti sottili impressi nella carnagione abbronzata della ormai passata estate.

Lentamente calava la sera con il suo blue oscurando il cielo. Ogni istante si risolveva tra le nostre mani che si sfioravano e le bocche che restavano attaccate, senza perdere tempo a pronunciare frasi futili. Mi fermai qualche secondo per accarezzare le sue guance: sopra di noi piena e alta c’era la luna gelosa. La notai per caso, senza sentirne la presenza né cercandola. Lei era lì e io le voltai le spalle. Avevo messo la luna da parte e questo poco mi importava. Ricordai la poesia e il pensiero mi bloccò, poi volò via. Le pagine si chiusero da sole, l’aria si fermò.

Avevo abbandonato il falso amore per un vero sentimento; respirai piano e ritornai alla realtà.

Gli occhi e il tatto ritornarono a percepire. Eravamo ancora là, sul ciglio del marciapiede, a vivere quel momento. La strinsi forte e la osservai meglio. Poi ci dirigemmo verso casa.