Questo mare ti riporterà indietro

Mare, molo

Questo mare ti riporterà indietro

Negli occhi iniziano tutte le grandi emozioni. Può essere un tramonto, un paesaggio, il viso di una persona, il sorriso di un bambino… tutto passa attraverso la membrana sottile, delicata e trasparente della retina. C’è, però, uno sguardo, uno solo, un attimo, un’indefinibile microscopica quantità di tempo che cambia ogni cosa, per sempre. C’è chi dice che non ci s’innamora in un istante, ci vuole tempo, ragionamento, silenzio, cuore e preghiera. Io ho sempre creduto che se questo può essere vero per la maggior parte delle persone, non vale, però, per me. L’amore che ho sempre sognato non è di quelli da ragionarci sopra. È qualcosa che toglie il respiro, una passione penetrante e totalizzante che riempie la notte e i sogni. Ho sempre avuto la sensazione che sarebbe stato facile riconoscere lo sguardo che me l’avrebbe indicato, quell’amore. E così successe. E così, Juliette ed io ci innamorammo.

Per inseguire il sogno di diventare scrittore mi dovetti allontanare dall’isola dove entrambi avevamo vissuto. Tuttavia lei e la mia terra mi erano rimaste sempre nel cuore. Per questo mi decisi a tornare.

La pescheria di sua nonna Marie era ancora lì. Un brivido mi percorse la schiena quando vidi che persino sulla facciata del negozio erano rimaste appese le reti dei pescatori, proprio come le ricordavo. Chissà se Juliette…

Rammentavo perfettamente il giorno in cui ci salutammo, al porto. La darsena era pressoché deserta. Mi venne solo da dirle: «Adesso vado da solo». Scesi dall’auto, presi la valigia e l’appoggiai per terra. Scese anche lei. Si fermò di fronte allo sportello, mi baciò le guance.

«Tu parti, ma in realtà resti qui. Sai che non capisco questa tua scelta ma ti voglio troppo bene per fermare i tuoi sogni.»

Poi si allontanò ed io rimasi a fissarla. Capii perché non riuscivo a essere del tutto felice: partivo, ma il mio cuore rimaneva lì con lei. Non avevo mai compreso fino in fondo quella mia scelta. Si era accesa improvvisamente dentro di me l’ambizione e non era possibile inseguirla su scogliere isolate. Stavo scappando per ricercare un posto nel mondo ma non mi ero accorto che quello per me ideale lo stavo lasciando alle mie spalle.

Non c’era traccia di Juliette. Chiesi sue notizie nei giorni seguenti. Mi dissero che aveva vinto una borsa di studio e che si era trasferita a Parigi. Chissà se l’avrei mai rivista. Lo speravo con tutto me stesso, ma un germoglio di paura iniziò a crescermi nel cuore. Per quale ragione sarebbe dovuta tornare sull’isola?

Forse, nonostante le sue ultime parole, mi odiava per la scelta che avevo compiuto e che ci aveva portato lontani.

La vita sull’isola, allora, mi era sembrata il peggior futuro possibile! Fuori da quel piccolo lembo di terra bagnato dall’oceano, c’era il futuro che attendeva il grande scrittore Daniel Guivarch! Sarebbe bastato fare un piccolo passo indietro per osservare la vita da una visuale più vasta, ma ero troppo concentrato su me stesso per considerare quello che mi circondava.

Nei giorni che seguirono, non feci che pensare a lei. Mi resi conto che la stavo aspettando, come se il nostro addio, anni prima, fosse stato forzato da qualcuno piuttosto che essere una mia scelta consapevole.

Mi scoprii a trascorrere le ore ripercorrendo gli ultimi abbracci, gli ultimi sorrisi che ci eravamo scambiati. Capii che per tutto quel tempo anche le sue debolezze, che solo io conoscevo, mi erano mancate, così come quelle piccole cose che rendevano la nostra intimità intensa e irripetibile.

Perché mi ero allontanato da lei? Nei miei ricordi tutto era accaduto velocemente. Avevo raggiunto il mio obiettivo, a Londra ero diventato uno scrittore di successo eppure ero tornato sull’isola che avevo tanto disprezzato.

Una mattina, osservando le navi ormeggiate nel porto, mi sentii diverso, come animato da una profonda felicità. Quel giorno, Juliette apparve sul molo.

Mi raccontò di aver visto per caso una foto della nostra isola su una rivista di viaggi e di aver letto l’evento come un segno del destino. Così aveva deciso di tornare, spinta da una forza che non riusciva a spiegarsi fino in fondo.

Passeggiammo per ore lungo la costa. Juliette si mise a parlare di noi, del nostro vecchio gruppo di amici.

«Mi sei mancato. Tanto» disse e poi mi fissò intensamente e nella luce dei suoi occhi capii che il nostro legame non si era mai dissolto.

Eravamo tornati a fissare lo stesso orizzonte. La abbracciai forte. Poi le confessai i miei sensi di colpa, i miei sbagli, ciò che avevo sentito nei sogni, la sua voce, quel senso profondo di appartenenza che sentivo nei suoi confronti. Lei mi guardò, poi mi prese la mano e sentii che stava tremando. Per una frazione di secondo mi domandai se, baciandola, avessi spezzato l’incantesimo e la magia di essersi ritrovati. Poi lo sentii il battito, risuonare nel cuore come un’onda del mare cui era impossibile sottrarsi. Ci baciammo, di un bacio appassionato che sapeva di fiori bianchi e fuoco.

E quando le nostre labbra si incontrarono tutto fu chiaro.

In quel bacio sentii compiersi il destino. Finalmente i vari pezzi che componevano le nostre vite trovavano la loro giusta collocazione, facendomi comprendere l’intero disegno che le aveva mosse.

Memorie di un tempo che era stato e che tornava a vivere. Avevo letto molto nell’ultimo periodo, anche libri di fisica. Proprio tra le pagine di uno di questi, avevo scoperto che esisteva un’equazione particolare. Mi aveva sorpreso e colpito profondamente perché parlava di noi. La chiamavano l’equazione dell’amore.

Il termine tecnico era entanglement. Secondo questa teoria, due particelle nate insieme erano destinate a continuare a comunicare a vita.

In un mare infinito di particelle solo queste due avrebbero potuto riconoscersi anche dopo milioni di anni. È quello che stava accadendo a noi.

«L’ho conservata» fece tirando fuori dalla borsa una vecchia lettera ormai ingiallita che riconobbi subito. Sopra c’era il timbro di ceralacca che avevo fatto realizzare appositamente per il nostro terzo anniversario. Era una poesia che avevo scritto per lei, poco prima che partisse per tre mesi di stage. Solo tre mesi ma quando si è così innamorati sembrano eterni. Avevo riversato su carta la certezza che quella distanza non avrebbe inciso sul nostro rapporto.

All’improvviso ogni singolo verso si fece spazio nella mia mente, emergendo dai meandri di un ricordo che risaliva regalandomi memorie di un tempo che era stato e che ora riaffiorava chiaramente.

Se anche tu respiri l’aria che io respiro

va’ accanto alla finestra

e aprila, ascolta il vento freddo…

ti parlerà dei miei sogni.

Guarda le lune, evocheranno il mio profilo.

Cos’è il tempo e lo spazio se siamo uniti?

Come ci si può separare quando sento sempre la tua mano nella mia?

Tu sei dall’altra parte del cielo

e pensi ciò che io sto pensando,

senti ciò che io sto sentendo.

Io sono nelle cose che tu guardi,

nei tuoi mattini luminosi,

nei tuoi occhi stanchi e sognanti di sera.

Io sono nelle parole che dici,

in quelle che tieni per te,

in quelle che pensi.

Tu sei con me nella mia timidezza,

tu sei con me nella mia fantasia di bimbo,

nelle mie mani fredde,

nelle mie notti solitarie.

Insieme saremo sempre

senza paura.

Insieme saremo indivisibili.

Insieme.

Quel sentimento d’amore puro ed eterno che esprimevano viveva consapevolmente nel mio cuore.

Avevo pensato di trovare la sicurezza e la felicità nella fuga ma era proprio nel nostro stare insieme, la chiave. Quando rivelai che volevo andar via a mio nonno, mi disse: «Va’ pure, Daniel, ma questo mare ti riporterà indietro.»

Aveva ragione. L’amore è nei piccoli gesti.