Buffet

Buffet

Buffet

Aveva perso la coincidenza per i nove minuti di ritardo accumulati dal Regionale in solo un’ora e mezza di percorso. La galoppata verso il binario 12 aveva avuto il solo risultato di farlo piegare in due per la mancanza di fiato e di rompere una ruota del trolley. Niente da dire, il viaggio verso quello che doveva essere il suo radioso futuro era cominciato nel migliore dei modi!

Si diresse al tabellone delle partenze, vergognandosi per il rumore che faceva il trolley zoppo: cri-iiii, cri-iiii. La stazione era affollata e piena di confusione, ma nonostante ciò almeno un paio di passeggeri lo guardarono storto, facendolo arrossire. Lesse che il prossimo treno utile ci sarebbe stato alle 14:47, vale a dire da lì a due ore. Porchiddinci!, pensò con stizza, che immensa rottura di scatole. E adesso? Quasi in risposta un borbottare dello stomaco gli ricordò che l’ora canonica del pasto era già passata da un pezzo, quindi si guardò intorno in cerca di un posto di ristoro. Che, come da copione, era all’estremità opposta della stazione, a non meno di cinquanta metri.  Porchiddinci!

Si avviò con passo lento, cercando in qualche modo di attenuare il cri-iiii, cri-iiii del suo bagaglio, senza nessun risultato. Giunto a due passi dalla destinazione gli venne in mente quello che, intontito dalla fame, aveva serenamente dimenticato: avvertire che sarebbe arrivato in ritardo. Altro giro d’orizzonte a cercare qualche telefono; eccoli là, in pratica di fronte al tabellone delle partenze.

Ma porchiddinci!!!

Per un attimo si chiese se avesse potuto chiamare dopo il pranzo, valutò le conseguenze, scosse la testa e tornò sui suoi passi, ricacciando in fondo alla gola un ululato di frustrazione.

Dinnanzi ai telefoni pubblici la fila era lunga e lenta, e lo stomaco si fece sentire un paio di volte in maniera spropositata. La donna anziana davanti a lui si girò lanciandogli un’occhiataccia, a cui non seppe rispondere che con un’alzata di spalle e diventando roseo in volto.

Preso possesso della cornetta compose il numero a memoria. Dopo due squilli una voce di donna rispose: «Tesorino, sei tu? Vero che sei tu?»

«Si, ciccina, sono io.»

«Oh, lo sentivo col mio cuore. Ma non sei in viaggio?»

«Sono in stazione, ho perso il treno, porchiddinci!»

«Evita questo linguaggio scurrile, per il bene del Signore!»

«Sì, sì, scusami, tesoro. È che…»

Alle sue spalle qualcuno cominciava già a dar segni di impazienza, un giovane coi capelli rasati batteva insistente lo stivale militare sul pavimento.

«Hai mangiato?» si sentì chiedere dall’altra parte della cornetta.

«No, adesso vado, ho una fame! Solo arriverò con almeno due ore di ritardo.»

«Non fa niente, l’importante è che tu ci sia per domani. È tutto pronto, sai? Il sacerdote sta preparando l’altare e le ancelle sono in ritiro da due giorni. Per il banchetto, poi, ci saranno i migliori cervelli della zona! Manchi solo tu, tesorino.»

«Non vedo l’ora, ciccina. Adesso devo andare

     prima che questo rasato mi picchi

baci baci baci baci.»

«Cerca di non arrabbiarti, lo sai che ti fa male, ciccino!»

«Sì sì, stai tranquilla, tesoruccio.»

Quando agganciò la cornetta ancora sentiva gli smack smack della sua promessa sposa.

Il pensiero che l’indomani l’avrebbe vista di persona per la prima volta e che dopo il rito sarebbe stata sua per sempre lo inorgoglì, riuscì perfino a non abbassare lo sguardo davanti al giovane che si impossessava della cornetta, quindi con passo più sicuro si diresse verso il buffet.

Che era strapieno.

La fila alla cassa arrivava fin sulla porta e tutt’intorno, in ogni angolo, c’era gente intenta ad addentare panini e bere da bottigliette di acqua minerale. I più fortunati erano riusciti ad accaparrarsi i pochi tavoli e sgabelli, ma la maggior parte erano in piedi, appoggiati a qualsiasi cosa potesse essere di sostegno.

Facendo affidamento sulla sua rassegnata pazienza, anche se temeva che presto ne avrebbe esaurito la scorta,

    fa presto lei a dire Non arrabbiarti!

cominciò ad avanzare un passetto alla volta verso la cassiera truccatissima.

Un passo, un cri-iiii.

Un passo, un cri-iiii.

Un passo, un cri-iiii, tre occhiate di disappunto.

In preda ad un imbarazzo enorme si guardava intorno per vedere cosa prendere per pranzo. La scelta era pressoché infinita, e arrivò a decidersi proprio quando fu il suo turno.

«Buongiorno prego che prende?» cantilenò la cassiera.

«Buongiorno… ecco sì… prenderò… quell’uomo lì all’angolo, quello appoggiato al tramezzo.»

«Tramezzino all’uovo?» gli chiese la donna, intenta a rimirarsi le unghie laccate di nero.

«Uff… No, non uovo. Uomo. Quello lì all’angolo, col maglioncino a righe… che mangia il gelato.»

Indicava da quella parte, ma la cassiera sembrava non potesse smettere di contemplarsi la punta delle dita.

«Gelato? Da mille o duemila?»

Come previsto la sua pazienza finì proprio in quel momento. L’urlo mostruoso che cacciò rimbombò per tutto il locale e zittì il brusio da alveare che c’era stato fino ad allora. Facendosi strada tra la folla ammutolita arrivò con due balzi davanti al pasto che aveva selezionato e con un’enorme morso gli staccò metà della faccia. Si congratulò con se stesso della scelta, la guancia e l’occhio avevano un sapore squisito. Di sicuro il cervello, la sua parte preferita, sarebbe stato prelibato.

E così fu. Rimase lì a gustarsi il pranzo, finalmente, incurante delle urla di orrore che lo circondavano.