Figlio d'arte

Inchiostro

Figlio d’arte

Antonio scriveva ormai ininterrottamente da ore. Quel giorno aveva avuto l’illuminazione che avrebbe salvato la sua vita da scrittore fallito e sconosciuto, rendendolo invece ricco e famoso. Per questo non aveva intenzione di fermarsi fin quando non avrebbe esaurito tutte le idee scaturite da quel momento; di certo non poteva dimenticarsele né farsele sfuggire. Stava seduto nella stessa posizione da cinque ore, senza aver mosso altra parte del corpo se non la sua mano, il braccio destro e il torace quando sentiva il bisogno di dover respirare. Ogni tanto, negli istanti in cui cercava di elaborare al meglio il suo flusso di coscienza, si portava la penna con cui scriveva alla bocca per morderla con forza e inconsciamente ne succhiava un po’ di inchiostro; la sua lingua assunse lo stesso colore della pelle che strisciava su carta, portandosi via un po’ di nero dalle pagine e sfumando la calligrafia. In quello stesso modo, mordendo e succhiando, Antonio si era nutrito da quando aveva iniziato, mettendo da parte ogni altro bisogno umano. Alle otto ore di fila, Antonio aveva terminato tre taccuini dimensione A2, dimostrando di credere in quello che aveva pensato ma, dopo tutte quelle ore, la sua mano iniziava a soffrire di spasmi che gli impedivano di mantenere uno stile regolare e succedeva che ogni tanto quando arrivava la fitta il ricciolo di qualche lettera superava il limite del rigo in altezza. Antonio ormai iniziava ad accusare i primi colpi della stanchezza; ormai affannava nel mantenere il passo dei suoi pensieri, scriveva più piano o appuntato, segnandosi l’indice di tutte le parole in un foglio a parte, usando l’altra mano.

Alle dodici ore Antonio si fermò per trenta secondi. In quel misero tempo, non scrisse nulla sentendosi subito colpevole di aver perso l’occasione della sua vita per uscire da quel mare di merda che lo circondava da quando era nato. Intanto aveva iniziato a perdere sangue dal naso, i fogli su cui scriveva erano inzuppati di sudore e la mano destra, ormai in preda a tremolii continui, era rossa e gonfia; a furia di sfregarla contro la carta, l’epidermide si era ampiamente spellata, lasciando al suo posto delle vescicole violacee piene d’acqua sul palmo e capillari rotti bluastri, che impedivano Antonio sempre di più nella continuazione della sua missione.

Alle quindici ore Antonio si fermò definitivamente; stava per concludere anche il quarto taccuino ma, vicino all’ennesimo piè di pagina, un forte tremore gli fece prendere tanto velocemente la curva di una C che sentì chiaramente la rottura del tendine del braccio e la frattura delle falangi. Imprecò disperato in camera sua, urlando e prendendosi la mano destra con l’altra, stringendola quasi a volerla rimettere apposto per ricominciare. Ma non sapeva che non poteva più farlo; in quelle ore infatti aveva messo tutto se stesso su carta e adesso, che aveva lasciato sfuggire il momento e la sua ispirazione era ormai perduta, non aveva più nulla da scrivere. Mentalmente, era divenuto un libro svuotato di tutto il suo contenuto e ritornato bianco.

Sospirò e, compreso che non poteva fare più altro, provò ad alzarsi. Diede un forte colpo di bacino per schiodarsi dalla sedia ma l’unica cosa che ottenne fu quella di sollevarsi leggermente per poi ricadere rumorosamente su di essa. Qualcosa non andava. Con la mano sinistra allora provò a spostarsi le gambe, ma quando le toccò non sentì nulla, erano come addormentate ma senza avvertire quel fastidioso formicolio. Anche le altre estremità del suo corpo iniziavano a perdere sensibilità: non distingueva più il sapore d’inchiostro sulla lingua o il dolore alla mano rotta, né l’odore di sudore che pervadeva ogni pagina. D’un tratto Antonio finì per non potersi più muovere. Era immobile come un masso e solo il collo gli permetteva di compiere piccoli movimenti con la testa verso destra o sinistra per capire cosa succedeva. Con la coda dell’occhio Antonio vide qualcosa espandersi sulla parte alta della sua spalla destra. Torse il collo più che poteva per osservare meglio; incredulo, vedeva comparire dei caratteri scuri su di lui. Tra quelli, subito riconobbe la continuazione della frase che non aveva terminato sul diario, poco prima che il suo tendine si rompesse. Era nera, dello stesso colore dell’inchiostro che aveva usato e dalle stesse sbavature delle lettere si espandevano altri caratteri fino ad occupare ogni parte di pelle del suo corpo con punti, virgole, parole e frasi che si incrociavano in ogni poro.

Quanto Antonio fu completamente ricoperto dei suoi stessi pensieri, morto, cadde per terra. All’impatto, si divise dalla testa ai piedi in miliardi di fogli di carta macchiati di inchiostro che precipitarono uno sull’altro.

Non rimase nulla, solo quelle pagine.