Impronte della vita

Impronte della vita

Fra i tanti luoghi dell’anima che si possono conoscere e tenere nel cuore, uno dei miei preferiti è certamente il cimitero. È lì infatti che riposano coloro che, prima di noi, sono giunti in questa valle di lacrime e, per quanto hanno potuto, vi hanno lasciato un’impronta.

Quell’impronta, se pure non è stata lasciata durante il loro viaggio terreno, permane in ogni caso sulle lapidi che costeggiano i colombari, che ornano le tombe di famiglia, che fungono da base per le statue e i piccoli monumenti che i vivi dedicano alla memoria di chi ormai prosegue la sua esistenza, o ciò che ne rimane,  su altri piani.

Sogno spesso dei cimiteri, di camminare al loro interno, di guardare da vicino quelle foto, quelle targhe che, carattere dopo carattere, compongono i nomi e le date attraverso cui si snoda la Storia del genere umano.

E come ne sogno, spesso mi ci reco anche, li esploro, li visito come si visitano i musei e le mostre d’arte. Mi capita così di vagare per vecchi cimiteri abbandonati, fra muschio e alberi cadenti, mentre il Sole viene lentamente coperto da qualche nuvola di passaggio. È allora che tutto diventa grigio, si rabbuia, e il mondo dei vivi e quello dei morti si avvicinano. Ed è allora che, a certe condizioni, avviene il fenomeno a cui, una volta, ho avuto il privilegio di assistere.

Camminavo per il vecchio cimitero del Comune di D…, cittadina ormai semideserta a causa dell’emigrazione di chi aveva dovuto, potuto o voluto lasciare quel luogo. Il cimitero, ufficialmente, era ancora aperto e attivo ma, intorno a me, nessun altro visitatore, né il custode. Forse era meglio così: del resto, una folla in un cimitero è quasi una contraddizione in termini.

Se davvero si intende lasciare il mondo meglio di come lo si è trovato, come recitano anche gli slogan di certe associazioni, questo modo di fare può essere messo in pratica in tutte le occasioni possibili. E così, come in spiaggia o in montagna è buona norma togliere, oltre alla propria, anche un po’ della spazzatura lasciata dagli altri, così anche nei cimiteri si può, se si ha il tempo di farlo, curare non solo la tomba dei propri cari, ma anche quella di qualche vicino, ad esempio innaffiandone i fiori, risollevando qualche piantina caduta, passando una veloce mano di spugna sul marmo impolverato. Io, che avevo colto l’occasione per visitare la tomba dell’Avvocato P…, mio maestro ai tempi dell’università, mi dedicai pertanto al suo estremo rifugio come a quello dei suoi vicini, fra cui qualche collega che, con buona probabilità, si era fatto collocare vicino a lui per continuare in eterno chissà quale disputa.

Avevo riportato l’innaffiatoio alla fontanella all’ingresso del cimitero, e stavo per mettere a posto la scopa e la paletta con cui avevo dato una pulita al viottolo, quando ecco che, all’improvviso, il fenomeno avvenne sotto i miei occhi.

Una grossa nuvola carica di pioggia e tensione coprì lentamente il Sole che, in quel primo pomeriggio, si apprestava già a scendere oltre l’orizzonte. E mentre quel gigante aereo oscurava la luce, l’atmosfera del cimitero cambiava: tutto si ingrigiva, le ombre si confondevano con le tombe e col fondo delle stradine del cimitero, veloci folate di un vento freddo e pungente iniziavano a spirare nei vicoli.

L’ombra avanzava dapprima lenta, e poi a velocità sempre maggiore sui loculi, sulle targhe e sulle foto dei morti, fino a coprirli integralmente. Io stesso, in pochi secondi, fui coperto da quella lieve oscurità carica di energia elettrica.

Iniziai allora a sentire delle voci in lontananza, vaghe e lontane, ma leggermente più nitide a mano a mano che la luce diminuiva. Fra di esse, non potei non riconoscere quella del mio defunto maestro.

Vincendo la paura, corsi col cuore impazzito verso la piazzetta al centro del cimitero, fermandomi appena un passo prima di entrarci: al suo interno, una piccola folla di gente dal profilo sfocato, semitrasparente, intenta alle più varie azioni.

Erano loro: i morti. Li riconoscevo dai pur sommari tratti delle loro figure: la signora Adelina V…, nata nel 1923 e morta nel 2000, e accanto a lei il marito Guercio G…, classe 1921, ucciso nel 1944 nella strage di P…; Maria M…, morta nel 2010 a soli ventitré anni; Giuseppa D…, il cui epitaffio poeticamente omaggiava la Mattina di Ungaretti; il Dottor H., classe 1897 ed eroe della Grande Guerra; Carlotta P…, amante del Maggiore tedesco S… durante la guerra. E poi gli altri, tutti gli altri…

E su tutti costoro lui, P…, che si agitava gesticolando e urlando la sua arringa pronunciata nel famoso processo per il disastro di F….

Per un attimo lo ammirai: era più giovane di come lo ricordavo, come se la morte gli avesse donato la parvenza di una eterna giovinezza in cambio di un eterno disimpegno dalle aule giudiziarie, che aveva frequentato fino agli ottant’anni suonati. Pur di fronte a quello spettacolo straordinario, ebbi il sangue freddo di scattare una foto: sapevo che se avessi raccontato a qualcuno quanto stavo vedendo sarei stato preso per pazzo, ma desideravo comunque una prova della mia sanità mentale, non fosse che per esibirla a me stesso.

Dopo i primi minuti di stupore, iniziai a notare una cosa: tutti quegli esseri sembravano, sì, vivi, ma in un modo (se così si può dire, vista la situazione) molto strano: tutti parlavano, urlavano, si muovevano lentamente per le vie del cimitero, eppure nessuno di loro sembrava accorgersi né di me né, tantomeno, degli altri suoi simili.

La morte, in quel frangente, mi sembrò poco più di un’imitazione della vita, la ripetizione angosciante, in piena solitudine, di gesti abituali di cui lo stesso agente sembrava ormai aver perso il senso, che faceva apparire quelle anime come preda di qualcosa a metà fra il delirio della febbre alta e il tic nervoso. Le loro voci ovattate sembravano uscire dai primi antichi esperimenti di riproduzione fonografica della voce umana, come se la loro fonte fosse da un’altra parte, o fossero in qualche modo riprodotte da una vecchia e logora registrazione su nastro o su un cilindro di cera.

Come giocattoli a molla, come quei vecchi film del kinetoscopio di Edison o, per i più moderni, come delle gif animate, i morti ponevano in essere la loro azione, sempre uguale, e dopo una specie di sfasatura sparivano e riapparivano nel punto e nella posizione in cui l’azione era iniziata, solo per ripeterla ancora una volta in un ciclo all’apparenza infinito.

E così il Dottor H… andava su e giù per la piazzetta roteando il suo bastone da passeggio, salutava una pattumiera levandosi il cappello e, dopo la sfasatura, ricompariva nella stradina sulla sinistra, intento a camminare verso la piazzetta per ripetere la stessa azione. Allo stesso modo la signora V…, che pure aveva il marito a pochi passi da sé, passava il suo tempo a chiacchierare con un’invisibile comare.

In questo orrendo spettacolo lo stesso P…, che tanto avevo ammirato fino a quell’istante, mi pareva ormai poco più di un simulacro, qualcosa che un tempo, forse, era stato l’Avvocato P…, ma che in quel momento stava a P… come una cartolina può stare a una capitale.

Le lacrime iniziarono a scorrere dai miei occhi: era dunque questo che ci aspettava?!

Non l’ho ancora saputo.

Le nuvole, come l’avevano imprigionato, lasciarono improvvisamente andare il Sole e il cimitero tornò ad essere dominio esclusivo dei vivi, almeno all’apparenza. Impaurito, sconfortato, ma colmo di curiosità e sete di sapere, ne uscii.

Guardai la foto che avevo scattato: la piazzetta del cimitero, deserta.

Eppure li avevo visti.

In tutti questi anni ho visitato centinaia di cimiteri, ho passato al setaccio tutte le biblioteche del Paese e gli archivi dei giornali, ho letto migliaia di libri e interrogato testimoni di eventi sovrannaturali, ma ancora non sono riuscito a scoprire alcunché di concreto, né ho più assistito a questo strano fenomeno.

La mia mente trabocca di domande senza risposta, ma sento, e anzi so, che un giorno riuscirò a svelare questo mistero.