La giostra

La giostra

Malgrado le previsioni del tempo fossero state assolutamente confortanti, le nuvole che si stavano addensando sopra le loro teste non lasciavano presagire nulla di buono.
Cielo prevalentemente sereno con qualche sporadico annuvolamento” aveva detto il meteorologo.
Eppure il colore di quella barriera in costante avvicinamento cominciava a preoccuparlo.
«Martino! Ti converrà mettere dentro quella roba prima che si bagni!» urlò il vecchio Alfredo.
Il ragazzo abbassò lo sguardo in direzione del carrello dei palloncini. Stava ondeggiando spaventosamente per via del forte vento, mentre il telo di plastica con cui era solito coprire la macchina dello zucchero filato si era animato e, come una malvagia presenza spettrale, danzava nell’etere frustando l’aria minacciosamente.
«Ma quello delle previsioni aveva …» provò a replicare Martino, aggiustandosi il copricapo.
«Lascia perdere quei cretini! Mai una volta che le azzecchino. Ai miei tempi bastava guardare da che parte tirassero i rami del grande olmo nella piazza del comune per capire se era meglio portarsi dietro un ombrello o tornarsene direttamente a casa a gambe levate. E questa caro mio, è una di quelle serate da spendere al calduccio, sotto una bella coperta, con un buon bicchiere di vino e magari in compagnia di una donna. Non necessariamente bella, ma cui piacciano certe cose… mi capisci vero?» sentenziò facendo l’occhiolino a una giovane madre di passaggio.
Stizzita, la donna strattonò via il bambino con una smorfia di assoluto disgusto per poi allontanarsi da loro il più rapidamente possibile.
«Ah, povera stolta! Non ci sono più le madri di una volta!» latrò ai quattro venti come un cane rabbioso.
Martino squadrò il vecchio lasciarsi andare a una risata così energica e sguaiata, che quei pochi denti rimasti rischiarono di saltargli via dalla bocca una volta per tutte. Poi contraccambiò con un sorriso velato, uno di quelli dove di smaltatura bianca nemmeno l’ombra, soltanto labbra tese in una posa plastica di compiacimento. A modo suo lo rispettava, anzi gli voleva bene. Alfredo era uno degli anziani del paese e forse la persona più brillante che avesse mai incontrato. Commerciante, musicista, capitano di ventura e non ultimo scrittore. Nei primi anni settanta aveva composto persino un paio di romanzi che lo avevano reso una piccola celebrità in quel di “Farsede”. Tutti lo conoscevano in paese, ma più per i suoi vizi che per i meriti. Anche perché quella che aveva pubblicato non era mai stata considerata letteratura nobile, ma spazzatura fantastica. Roba da hippie allucinati, non da raffinati intellettuali. E non si poteva certo dire che il vecchio fosse mai stato un personaggio elegante. Sincero sì, a tratti illuminante, ma non raffinato. Amava bere e ancor più le donne, specie se di facili costumi. Un mix davvero micidiale se mal gestito. E in effetti Alfredo si era bevuto tutti i risparmi ed era riuscito nell’impresa di farsi spillare da qualche donnaccia ogni centesimo guadagnato in una vita intera. La sua era stata un’esistenza tormentata seppur ricca di conquiste. Per di più l’avanzare degli anni per lui non era stato un deterrente, ma uno stimolo ad andare oltre e godere pienamente di ogni giorno. D’altro canto era una persona coerente. Aveva sempre sostenuto che s’invecchiava in funzione dei vizi e non dei sacrifici. Già, era davvero un bel tipo! Ma per quanto strambo potesse apparire, era anche la persona migliore che avesse mai conosciuto. L’unico in una società sempre più squallida e spietata a non lasciarsi corrompere. Ed era proprio per questo che Martino lo aveva “assunto”. Un lavoro da nulla, ma pur sempre qualcosa che lo tenesse impegnato e lo facesse arrivare a fine mese. E poi non poteva fare tutto da sé. Aveva pur bisogno che qualcuno tenesse sotto controllo la giostra in sua assenza.
In realtà non gli era mai piaciuta la professione del giostraio, ma non aveva avuto altra scelta. Sua madre era morta dandolo alla luce e suo padre non gli aveva lasciato nulla a eccezione di quella vecchia e rugginosa attrazione per bambini. L’eredità di famiglia, il tesoro dei “Risso”, come qualche suo antenato lo aveva definito nei secoli addietro. I tempi però erano cambiati. E non si poteva certo dire che quella fosse una miniera d’oro. Ma il destino gli aveva riservato quello e nient’altro. Lo scorrere del tempo e l’abitudine gli avevano lentamente reso meno amaro il boccone. Aveva infatti cominciato ad apprezzare la ciclica routine di quel lavoro, così come le diverse sfumature e le piacevoli sorprese che quell’insolito mestiere gli aveva tenuto in serbo. Gli piaceva osservare le persone, studiarle, immaginare cosa potesse passare per le loro menti anche se solo per un istante. Carpirne i sogni, i desideri repressi e specialmente le paure. Molti avrebbero potuto credere fosse una sorta di pervertito. Ma lui sapeva non era così.
«Come è andata poi con quella brunetta? Sei riuscito almeno a portarla a cena?» chiese il vecchio, tutto preso a ritirare le ultime cose.
Martino, immaginò d’accarezzare delicatamente la lunga frangetta mora della ragazza. L’aveva conosciuta lì un paio di settimane prima. Era una splendida giornata di sole e alcune raggi le baciavano le pallide gote. Le sottili labbra erano ammantate di un’esangue sfumatura color ciliegia, come petali di rosa coperti della brina mattutina. Era davvero carina ed emanava un avvolgente sentore di gelsomino. Gli aveva chiesto il prezzo di una corsa facendogli battere il cuore all’impazzata. Aveva accompagnato il fratellino a fare un giro sulla giostra, così si era seduta sulla panchina accanto a lui, chiacchierando apertamente del più e del meno. Non ricordava di cosa avessero parlato. Lui, come sempre era rimasto in silenzio ad ascoltare, a scrutare in quegli ambrati occhi da cerbiatta. Ma con sua enorme sorpresa non era stato in grado di leggerle dentro. Nessun pensiero, nessuna vibrazione. Niente di niente. Il suo cuore aveva iniziato a sussultare pesantemente in preda al panico. Non aveva mai provato nulla di simile. Al termine della corsa aveva recuperato il fratello e se ne erano andati, non prima però di averlo salutato affettuosamente. Il giorno dopo era tornata e così quelli successivi per ben undici giornate consecutive. Ogni volta gli si sedeva accanto, ogni volta iniziava a chiacchierare, mentre lui provava disperatamente ad abbattere quel muro invisibile per entrarle dentro, senza però mai riuscirvi.
Desolato scosse il capo. Non poteva togliersi dalla testa quel sorriso e quell’espressione impenetrabile. Aveva provato ad abbozzare una risposta, ma le parole gli si erano spente in gola mentre uno sguardo torvo e sfuggente s’impossessava del suo volto. Notando la reazione, Alfredo non perse tempo ulteriore e intervenne sdrammatizzando con tono bonario.
«Non disperare… vedi, le donne sono strane e tu un animo troppo gentile. Bastone e carota, solo quello figliolo!»
Il cielo aveva assunto la tetra colorazione di un gelido e imperscrutabile abisso solcato soltanto dalla furia di qualche spaventoso lampo, mentre lente e dense gocce di pioggia avevano iniziato ad abbattersi sulle loro facce picchiettando ferocemente.
«Non preoccuparti Alfredo, va’ a casa prima che sia troppo tardi!» lo invitò gentilmente, assicurando il telone con cui aveva coperto la giostra.
«Ma…»
«Tranquillo hai fatto fin troppo. Al resto ci penso io. A domani!» replicò tornando alle sue mansioni come nulla fosse.
Alfredo lo ringraziò e con un giornale aperto sopra il capo, se ne andò canticchiando qualche spensierato motivetto.
Non appena risistemato tutto, Martino tornò al furgone, lanciando un’occhiata alla giostra.
«Credo di aver finalmente scoperto la tua natura…» sogghignò a voce alta.
Poi aprì gli sportelli posteriori. Ed era lì. Appesa come un quarto di bue, con la frangetta imbrattata di sangue e il volto ricoperto di lividi.
«Questa sera ci divertiamo amore!»
In fondo non era forse quello il vero scopo di un “giostraio”?