La prima volta

La prima volta

Elisa aprì gli occhi.  La luce della sua camera era accesa. “Strano” pensò “la spengo sempre prima di dormire”.

Il suo zigomo sinistro cominciò a pulsare. Provò a toccarlo per capirne il motivo.

Inutilmente.

Le sue mani erano legate con un paio di manette alla testiera del letto.

Provò a sollevarsi e si vide allo specchio.

Era nuda. Il suo bel viso irriconoscibile. Una maschera di lividi.

Poi guardò verso il pavimento. I suoi vestiti da una parte. I vestiti di un uomo dall’altra. Una scia  di sangue che andava fino alla porta chiusa. Poco lontano dai vestiti maschili, un paio di occhiali. Inconfondibili. Gli occhiali di suo padre. Solo lui usava quella montatura così fuori moda.

Un regalo della mamma, non se ne separava mai,

Guardò la sveglia sul comodino. Le 5. Suo padre a quell’ora doveva essere ancora al lavoro. Perché i suoi occhiali erano lì? Cosa era successo?

A poco a poco iniziò a ricordare.

Poco dopo cena avevano litigato. Suo padre, come al solito, le aveva detto che non doveva uscire e lei gli aveva risposto che ormai era grande, che poteva andare dove voleva e che non poteva obbligarla a restare in casa. Poi, aveva aggiunto che la mamma glielo avrebbe sicuramente permesso.

Sapeva che questo lo avrebbe ferito. Lui se n’era andato sbattendo la porta. Lei era rimasta in casa, indecisa sul da farsi. Alla fine aveva preso la sua decisione. Sarebbe uscita, ma con un unico obiettivo: quella sera notte sarebbe diventata donna. Lo avrebbe fatto per la prima volta. Non importava con chi e come, ma lo avrebbe fatto.

Era bella e dimostrava più dei suoi anni. Non avrebbe avuto difficoltà ad attirare qualcuno.

Era andata a piedi fino alla discoteca ai piedi della collina. Un paio di chilometri in una serata calda e illuminata dalla luna piena.

Appena entrata lo aveva notato subito.

Era impossibile non notarlo. Alto, muscoloso, bello. Un dio greco. Di fatto e anche di nome.

Lui le aveva detto di chiamarsi Apollo. Lei aveva finto di crederci. Non voleva perdere tempo. Doveva farlo prima che suo padre tornasse a casa.

Anche Apollo sembrava avesse fretta. Dopo un paio di drink le aveva detto “Vuoi venire da me?”. Lei gli aveva risposto “lo faccio sempre solo a casa mia.  Mi sento più sicura”.

Lui non aveva sollevato obiezioni. Era salita nella sua auto. In pochi minuti erano arrivati da lei. Mezzanotte. Aveva ancora almeno cinque ore per fare tutto prima che tornasse suo padre.

Lui le aveva chiesto se poteva portarsi lo zaino con il computer. C’erano dei file troppo importanti per il suo lavoro.

“A me basta che tu venga” gli aveva risposto.

Lui aveva riso.

Erano andati subito in camera da letto.

Si erano spogliati.

Lui, nudo, era semplicemente perfetto. Solo un paio di cicatrici sul petto rovinavano la sua perfezione. Lei non gli aveva chiesto come se le fosse procurate. Non aveva importanza. Non in quel momento.

Poi lui, dolcemente, le aveva chiesto. “É la prima volta, vero?”.

Lei era arrossita. Poi aveva deciso di dirgli la verità. “Sì, si vede così tanto?” gli aveva risposto.

“Molto” aveva detto Apollo “ ma non preoccuparti. Fidati di me. Farò di tutto per non fartelo scordare mai”.

Detto questo, aveva cominciato a toccarla, a massaggiarla, a baciare dolcemente ogni centimetro del suo corpo, a sfiorarle con la lingua punti che non sapeva neppure di avere. Lei si era lasciata andare al piacere e aveva chiuso gli occhi. Stava andando tutto come nei suoi sogni.

Improvvisamente sentì che le stava sollevando e si era ritrovata ammanettata al letto.

“Ma cosa?” aveva fatto in tempo a dire prima di ricevere una serie di violenti schiaffi sul viso.

Aveva aperto gli occhi.

Apollo aveva perso la sua aria timida e amichevole. I suoi occhi non erano più quel mare azzurro di calma e dolcezza. Erano solo pieni di odio e di rabbia.

Gli occhi di un pazzo.

“Ora tocca a me divertirmi, tesoro. Hai visto le mie cicatrici? Non ti sei chiesta cosa sia successo? Voi! Solo colpa vostra! Ora potrò vendicarmi”.

 

Elisa lo aveva visto con orrore estrarre un paletto di legno e un martello dal suo zaino.

Aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola.

Poi aveva smesso. La sua casa era in mezzo al bosco. Isolata. Così aveva voluto suo papà. Nessuno avrebbe potuto sentirla.

Era preparata al peggio.
Apollo era davanti a lei. Pronto a colpirla di nuovo. Forse per l’ultima volta.

In quel momento la porta si era spalancata.

Suo padre era entrato come una furia e poi..,

Poi  aveva perso i sensi.

E ora era lì nuda, legata, dolorante e ignara del suo destino.

Provò ad ascoltare i rumori della casa.

Silenzio.

Poi un colpo dalla cucina. Subito dopo un urlo.

Uno solo. Agghiacciante.

La voce di suo padre.

Di nuovo silenzio.

Rumore di passi.

Verso la sua camera

La porta si aprì.

“Eccomi qui, tesoro”.

Elisa cominciò a piangere.

“Papà”.

“Tesoro sono qui. É tutto finito. Ecco, ora ti libero. Aspetta che ti guardo le ferite. Nulla di grave, per fortuna.

So che non è il momento per la predica però devo dirtelo. Sei ancora giovane, Devi stare attenta. La prima volta è importante. Bisogna saper scegliere la propria vittima.

Certo, è vero, sei stata sfortunata. Proprio un cacciatore di vampiri dovevi trovare?

Io, però, me lo sentivo che era nelle vicinanze e non sono andato a cacciare lontano.

Dai, calmati. É tutto passato,

Ora assaggia questo buon sangue fresco. Il tuo cacciatore aveva proprio un sangue saporito. Avevi scelto proprio bene. Ora riposati. Io vado a sistemare di là.

Domani è un’altra notte. Andremo fuori insieme. Sarà finalmente la tua prima volta, ma io sarò lì a proteggerti.

Sei una brava figliola. Sei solo un po’ troppo testarda. Proprio come la tua povera mamma”.

“Lo so, lo so. Scusami ancora papà” disse Elisa.

Poi mentre suo padre, raccolti i suoi occhiali e i vestiti di Apollo, stava per uscire lo richiamò.

“Papà”

“Sì?”.

“Grazie e…”

“E?”

“Ti voglio bene”.

“Anche io ti voglio bene. Buon riposo Elisa”.

“Anche a te papà. Per favore, lasciami la luce accesa”.

Il padre sorrise e uscì sospirando.

“La vita da padre single sta diventando impossibile. Devo trovare qualcuno che mi possa aiutare” disse a voce bassa  guardando la foto di sua moglie.

Poi  prese il telefono e chiamò l’impresa di pulizie.

La cucina era un disastro e sapeva che avrebbero trovato il modo migliore per smaltire quell’inutile  rifiuto umano.