Svanire

Svanire

Svanire

Stamattina mi sono svegliata insolitamente tardi; ho fatto colazione con un caffellatte che non mi ha schiarito minimamente la mente e ho mangiato un paio di biscotti insipidi. Siccome la sonnolenza continuava a intorpidirmi, sono tornata in bagno e mi sono nuovamente lavata il viso, questa volta con l’acqua fredda. Poi mi sono osservata allo specchio e ho avuto la strana impressione di essere trasparente. Non proprio trasparente in effetti, ma come velata. Il mio viso era molto pallido, il mio naso sembrava dipinto. Sono stata per due minuti buoni a osservarmi mentre aprivo e chiudevo le palpebre o muovevo la testa. Ma vedevo questi piccoli movimenti in ritardo, oppure mi sembrava solamente di vederli. Ecco, non li osservavo realmente, li intuivo. Sono tornata in cucina e mi sono preparata un altro caffè con il cuore che batteva a mille. Non dovrei prenderne troppi. La dottoressa mi aveva detto che sarebbe stato meglio evitarlo il caffè: amplifica l’ansia. E da quando, un paio di settimane fa, ho smesso di prendere gli ansiolitici che mi ha prescritto, l’ansia mi attanaglia. Forse sarei dovuta andare allo studio medico, farmi di nuovo visitare; oppure semplicemente uscire, farmi una passeggiata, vedere un po’ di gente: sono quattro giorni che non esco. Mentre ero immersa in questi pensieri affannosi ho sentito il campanello dell’ingresso suonare. Due volte, come ogni mattina verso quest’ora. Quando ho risposto “chi è” al citofono, ho sentito la condomina del terzo piano che diceva “sì..?” Il postino ha detto “posta signora!” e io sono rimasta lì, a chiedermi a chi avesse risposto, a me, o alla signora del terzo piano, o ad entrambe. È stato in quel momento che mi è venuto in mente. Ero lì in piedi e, avevo ancora in mano la cornetta del citofono e mi sono chiesta se non fossi morta.

Semplicemente non sentivo più la vita dentro di me. Più che vuota, mi sentivo inesistente. Evanescente, cancellata. Non so per quanto tempo sono rimasta bloccata in quella posizione grottesca; avevo paura anche solo a respirare. E poi, poco alla volta non sono più stata nemmeno sicura di poter respirare. Ci provavo, inspiravo a lungo, trattenevo l’aria nei polmoni. Espiravo lentamente. Ma era come… Per nulla naturale: artificioso.

Il respiro è un riflesso nervoso involontario, il mio sembrava accessorio. Sentivo l’aria uscire dalla bocca, in qualche misura sentivo anche i polmoni che si sgonfiavano; eppure rimaneva tutto come sospeso. Mi stavo forse sforzando di respirare? Ho sentito la porta d’ingresso dell’appartamento della mia vicina che si apriva, il tappetino di vimini che veniva rimesso a suo posto, di nuovo la porta che si chiudeva. Io ero sempre lì, paralizzata da un terrore lucido, spietato ma consapevole. Ero morta e non me n’ero pienamente resa conto? Potevo scoprirlo in qualche modo? Potevo ancora parlare? «Sono qui!» ho detto ad alta voce. Questo mi ha dato un poco di coraggio. Sono riuscita a rimettere a posto la cornetta del citofono e a fare un paio di passi verso il soggiorno. Poi un altro paio di passi. Altri due passi ancora. Camminavo lentamente, quasi ondeggiando. Sono arrivata al mobiletto dove c’è il cordless. L’ho preso in mano e ho sentito il segnale di libero. Sono rimasta ad ascoltare un po’, pensando a chi potessi telefonare a quell’ora. Sono sempre da sola, non vedo mai nessuno, non ho che pochi conoscenti. Ho fatto un numero a caso. Subito mi ha risposto una voce registrata. “Numero inesistente” deve aver detto. Oppure “non  attivo.” L’ho dimenticato subito, non è un buon segno. È il distacco dalla realtà? In quel film coreano, quella ragazza non sapeva di essere morta; di essere diventata un fantasma. Si svanisce lentamente forse? Magari non è istantaneo morire, e poi passare oltre, se c’è un oltre. Dev’essere un procedimento lungo. Oppure è solo il cervello che non riesce a concepire la morte e proietta all’esterno un simulacro di vita: continua a vivere ancora un po’ mentre il corpo è già morto, crea allucinazioni. Sto vivendo un illusione, una suprema beffa della mia mente che si sta spegnendo? Corro in bagno per vedermi, per vedere quello che rimane di me, ma inciampo e la mia coscia sbatte contro lo stipite della porta. E provo dolore! Appena una punta di dolore. Eppure… Non posso essere morta se provo dolore. Mi alzo febbrilmente la gonna: la pelle è bianca. Ma forse mi verrà un livido. Sangue che affluisce in superficie: vita! Resto qualche secondo a fissarmi la coscia: la pelle rimane bianca e  poco dopo devo distogliere lo sguardo perché mi sembra di avere un leggero capogiro. Come una breve assenza della mente. L’ansia mi sta divorando. Devo fare qualcosa. Devo telefonare a qualcuno. A chi, a chi, chi può rispondermi? Ho un numero di telefono in mente ora: se non svanisce, se non lo dimentico. Mi avvicino di nuovo al cordless ma ho una specie di mancamento. Per un momento mi si annebbia la vista e sento come se stessi per svenire. Non ora, non ora! Non ho più il coraggio di tornare in bagno per osservarmi allo specchio. Il coraggio proprio non ce l’ho. E comunque basta una voce. Basta una voce conosciuta, e io che le rispondo. Forse mi sentiranno. Che importa se sentiranno che grido? Che mi importa di una brutta figura se so di non essere morta! Prendo il cordless ma mi scivola tra le dita. Lo riprendo, riesco a fare il prefisso, mi ricordo i primi numeri ma non gli ultimi. Dopo qualche secondo sento la linea che cade. Di nuovo però avverto il dolore alla coscia che mi sembra stia salendo alle braccia. Il dolore è mio amico, penso. Finché provo qualcosa, esisto. È un brutto sogno, solo un incubo. Afferro l’agendina e mi metto a sfogliarla anche se la vista mi si offusca. Mi manca l’aria. Ma se riesco a leggere il numero, se non perdo troppo tempo… Ventitrè, sessanta, quattrocentocinque: il telefono della dottoressa. Non sbagliare, non sbagliare numero! Lo studio medico a quest’ora è sempre aperto e qualcuno deve rispondere. Solo che mi tremano le mani. Dolore, sorreggimi te, non sparire. Il prefisso telefonico, fatto. Poi il ventitré. Ho nausea ora, ma ci sto riuscendo. Sessanta. Ci riesco, ci riesco. Le mani… quaranta. Il dolore… Cinque. È libero! C’è il segnale di libero. Ancora un capogiro. Ora rispondi… rispondi… Calore, tanto calore… Rispondi!

«Pronto, Studio Medico Loreni.»

«Sì!» Mi esce fuori un grido rauco.

«Chi è che chiama?»

«Mi sente?! Mi sta ascoltando? Sono io, sono io!»

Sono ancora viva.

E poi! Questo dolore terribile, immenso… che si espande dal braccio… allo stomaco… al torace… Che mi prende da dentro. Che mi scaraventa a terra. Dev’essere un infarto. Cado. Distesa sul pavimento non avverto più dolore, non scorgo le luci del lampadario, né sento i rumori della strada. Ascolto solo il rumore di un battito che rallenta, perde colpi, s’attenua. Il suono del mio cuore che con lentezza svanisce.