Un castello e la sua principessa

Castello

Un castello e la sua principessa

Avevo scoperto che il fascino del quadro consisteva in una assoluta realistica vitalità di espressione, che, all’inizio mi aveva stupito, infine confuso, conquistato, spaventato.
A. POE

Era una fredda sera d’inverno e la luna piena vestiva ogni cosa di un’aria spettrale. Del paese in cui mi trovavo c’era poco da dire, se non che era diroccato su una collinetta a picco su una striscia disordinata di arbusti secchi. Il mio impresario William Legrand mi aveva prenotato una stanza in un castello. Mi aveva persuaso nell’idea che necessitavo di un po’ di riposo, e io mi ero lasciato convincere senza troppe insistenze.

Quel luogo, però, aveva un non so che di sinistro. A partire dal fiumiciattolo in cui l’acqua aveva lasciato spazio alla melma, la sua caratteristica principale era sicuramente la decadenza. Tutto intorno sembrava essersi arreso al tempo trascorso e all’intervento umano: dalla facciata che aveva assunto un colore slavato e inquietante, all’ingresso con il ponte levatoio di legno in uno stadio di ormai avanzata marcescenza.

Ad accogliermi si era palesato un vecchio vestito di tutto punto.

Oltrepassato l’ingresso posizionato sotto una volta gotica, l’arredo del salone era così eccessivo da risultare pacchiano e scomodo: gli oggetti posizionati come un’accozzaglia senza senso, le tappezzerie alle pareti dalle tinte fosche, il pavimento rovinato. I soffitti altissimi, quasi infiniti, e le finestre oblunghe, davano a quel luogo una sensazione di libertà solamente apparente: in realtà, ogni respiro era pesante quanto il piombo.

Dopo essere passato attraverso un labirinto di cupi corridoi, il padrone mi aveva condotto in una sala straripante di quadri alle pareti, tutti quanti ritratti di uomini e donne altolocati che si distinguevano solo per gli abiti e gli ornamenti. Mi sentivo osservato in una maniera enormemente inquietante: gli sguardi di quegli individui appesi alle pareti sembravano dei pugnali scaraventati contro il mio corpo e desiderosi di trafiggermi.

Avevamo attraversato la sala in devoto rispetto fino ad arrivare di fronte a un dipinto conservato in una nicchia completamente buia.

«Aspetti un attimo qui», mi disse l’uomo squarciando quel silenzio ovattato.

Lo sconcerto che mi pervadeva era palese quanto il mio disagio, ma facevo ben attenzione a non renderlo troppo evidente quasi per timore reverenziale: mi sentivo letteralmente in balia di quella casa e inspiegabilmente assoggettato a quel vecchio.
Dopo qualche istante, lo vidi ritornare con un candelabro – che allungò prontamente verso il quadro in ombra – e un libro dalla copertina consunta in velluto rosso.

Quei raggi puntati sul dipinto mi provocarono delle sensazioni inaspettate.

Che ora fosse chiaro ciò che stavo osservando era cosa certa, ma la dovizia di particolari che quelle fiamme tremule avevano rischiarato mi avevano lasciato di sasso. Il quadro era totalmente diverso rispetto a tutti gli altri visti finora; rappresentava un uomo e una donna immersi in un bosco e in vicendevole contemplazione, entrambi dipinti con toni scurissimi e in netto contrasto con il chiarore della luna. Eppure c’era qualcosa di disturbante, qualcosa che mi fu chiaro solo nel momento in cui mi convinsi ad avvicinarmi per scrupolo alla tela.

Quello che fino a qualche istante prima mi sembrava un abbraccio tra due teneri amanti, nascondeva in realtà una terribile scena: il volto della donna era completamente immerso all’interno dell’incavo del collo dell’uomo e l’espressione di quest’ultimo era congelata in un urlo di dolore. Dei sottilissimi grumi di colore rosso sangue occupavano il punto in cui i due si toccavano, mentre le braccia di lui provavano con tutta la forza possibile a liberarsi dalla morsa di quella che pareva essere a tutti gli effetti una “cacciatrice” sulla sua preda.

«Non capisco.» Furono le uniche parole che riuscii a pronunciare dopo quella destabilizzante rivelazione.

Il sorriso sghembo di quel vecchio di fronte alla mia inquietudine non mi piacque per niente. Senza aprire bocca, mi diede il libro che fino ad allora aveva custodito morbosamente tra le sue mani: era aperto a circa metà del volume, e le due pagine che mi trovai davanti erano occupate da delle immagini con una breve didascalia. Mi venne spontaneo leggerla ad alta voce anche per occupare quel silenzio sempre più insostenibile, almeno per me.

Ecco alcune foto della principessa Carmilla Bathory, vissuta a cavallo tra il XVI e XVII secolo a Nyírbátor (Ungheria). Fin da piccola è stata testimone di torture e sventramenti eseguiti dalle guardie della sua casata nei confronti di chiunque si dimostrasse oppositore. Questi macabri “spettacoli” fecero accrescere in lei un forte senso di appagamento per gli spargimenti di sangue e le sevizie, a cui sottopose qualunque malcapitato entrasse in contatto con la sua follia. Un giorno, probabilmente persuasa da degli stregoni, si convinse che bere sangue potesse ringiovanirla e renderla immortale, da qui il soprannome “la sanguinaria”. Si racconta che la sua vita turbolenta non abbia ancora trovato una conclusione e che nelle notti di luna piena la sua figura si aggiri nei meandri del castello alla ricerca di vittime per porre fine alla sua “sete” di giovinezza.

La donna descritta in quelle parole somigliava incredibilmente a quella raffigurata nel quadro.

Poi di nuovo il buio, nell’aria un puzzo di strino. Le fiamme si erano spente con un colpo d’aria improvviso e venuto da chissà dove. L’unica fonte di illuminazione che occupava la stanza, in quel momento, proveniva dalla luna che entrava attraverso le vetrate poste appena al di sopra dei quadri, ma il suo biancore era troppo debole per arrivare fino alla nicchia in cui mi trovavo. Il sussulto che mi provocò quell’imprevisto mi fece letteralmente raggelare, e in quello stato di momentanea cecità mi venne spontaneo mettere le mani avanti per cercare il vecchio padrone a tentoni, come per rassicurarmi che tutto fosse sotto controllo.
Intorno a me sembrava non esserci più nessuno. Possibile che non mi fossi accorto di un suo movimento in quella dimora in cui, a ogni passo, risuonava un conturbante scricchiolio?

«Signore?», provai a chiamarlo con la voce soffocata. Ma le mie parole riecheggiarono nella stanza senza alcuna risposta.

L’unica cosa che sentii fu un freddo innaturale circondarmi il corpo, come se qualcuno avesse spalancato una porta per far entrare tutta la temperatura della notte. Pensai ai brividi provati in precedenza, al fatto che fossi ancora suggestionato da quanto successo. Poi, in quell’oscurità, delle vesti candide cominciarono a incedere verso di me. Sembravano fluttuare come sospese, e nel loro muoversi avevano una sorta di magnetismo che mi portò a pensare per un istante di essere in presenza di un angelo. Solo dopo tutto fu chiaro.

Era una visione raccapricciante. Altro che figura angelica, quella donna presentava ogni caratteristica della morte: il volto emaciato, le labbra blu, gli occhi spenti.

Un cadavere vestito di stracci e sangue rappreso.

Dentro di lei non c’erano né vitalità né pulsazioni, eppure la sua forza sepolcrale mi immobilizzò e bloccò in quell’angolo.

Le sue dita su di me come spilli appuntiti, i suoi denti che affondavano nella mia carne.

Il freddo del suo corpo che si nutriva del calore del mio.

Poi, il sapore metallico del sangue. E quel quadro che diventata realtà senza che io potessi evitarlo.