Il caso White

Il caso White

Il blues che trasmetteva la radio in sottofondo si adattava perfettamente ai suoi pensieri.

Un’anima lacerata alla ricerca di un senso, di un indirizzo, di una strada. Un’anima alla ricerca di quel dannato negozio di abbigliamento.

“Maledetti navigatori” pensò l’ispettore Carter della sezione omicidi disgustosi della polizia di Los Angeles “quando ti servono, si rompono. Proprio come diceva mio padre quando mi raccontava di come ero nato, ma forse non parlava dei navigatori.”

I suoi pensieri furono interrotti quando, all’improvviso, vide lungo il marciapiede una signora molto elegante e distinta.

Accostò.

“Signora mi scusi…”
“Son trenta dollari dolcezza”.

“Costano care le informazioni da queste parti” penso Carter tra sé cercando il portafoglio.

Ottenuta l’informazione e un servizio del tutto inaspettato, Carter girò l’angolo e si ritrovò davanti al negozio “Women on fire”.

Entrò.

“Posto di classe” pensò tra sé, osservando i prezzi sui cartellini.

“In cosa posso aiutarla?”.

Era la commessa.

Bella.

Bella Stevens, la persona che doveva interrogare.

Carter ne fu subito colpito.

Alta.

Un corpo tonico da ex pallavolista professionista.

Uno sguardo che indicava come sapesse il fatto suo.

E quelli di tutti gli altri.

Del resto era lì per quello, per avere qualche indizio sulle abitudini della povera signora White, barbaramente uccisa con una cintura di Hello Kitty.

Carter rimase per un attimo senza parole.

Non si aspettava che lei avesse degli occhi così blu, come le acque del lago in cui suo padre gli aveva insegnato a nuotare gettandolo con le mani e i piedi legati.

E quei capelli.

Corvini, con una frangetta sbarazzina che valorizzava la bellezza dei suoi zigomi e quelle rughe d’espressione attorno agli occhi.

C’era poco da dire.

Il suo nuovo barbiere aveva fatto proprio un bel lavoro.

Gli sembrava di essere diventato quasi un’altra persona.

Bella si mise davanti allo specchio.

Carter tornò con la mente al lavoro.

“Sì, signora Stevens, dovrei farle alcune domande..”.

 

Autore: Alberto Favaro