Spremute

Spremute

“Driin! Driin!”
“Sì, pronto?”
“Oh Davide, mitico! Sono io, Dibba!”
“Ciao Dibba. Che c’è?”
“Senti Davide, posso tornare in Italia ora?”
“No… Dibba, ne abbiamo già parlato settimana scorsa. Eravamo d’accordo no? Che ti tenevamo un po’ in frigo, per non farti consumare dalla politica, pronto a rimpiazzare coso, lì…”
“DiMa! Miticissimo!”“Ecco, sì. Non mi ricordo mai come vi chiamate. Eh, mi è sempre stato ostico trattare la servitù.”
“Sì ma tu avevi detto frigo, una roba fresca. Ma qui è umido, è caldo, caldissimo! E poi è scomodo ‘na cifra. No ti dico solo, sai qui cosa significa ‘gato’?”
“Ma che ne so… gatto?”
“Lo pensavo pure io! Scarafaggio!”
“Come scarafaggio…”
“Eh sono grossi come gatti.”
“Ma dove sei?”
“Ma che ne so… Venezuela, Cambogia…”
“Ma come Cambogia! Forse Cile!”
“C’è umido e caldo uguale.”
“Senti, tu continua a fare reportage e non ti preoccupare. Dài, fammi sentire, hai scritto il primo capitolo? Che poi lo leggiamo a Grillo dopo avergli rimboccato le coperte.”
“Sì, eccolo: Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”
“Dibba, ti avevo detto di non copiare!”
“Ma io non so scrivere! Senti, e se facessi delle belle foto invece? Sono bravo, ne ho messe alcune parecchio carine sulla mia pagina Facebook!”
“Quando togli quella con il ragazzino nero piuttosto? Lo sai che non è più aria…”
“Ma papà mi ha detto che finalmente sono tornati i neri!”
“No, non quelli… lasciamo perdere. Senti, tu continua a fare quella cosa, lì, come dicevi tu, le spremute di umanità.”
“Sì, ci provo. Ma con questi qua è difficile.”
“Mh. E perché?”
“Perché sono poveri. Davide?”
“Oh.”
“Posso tornare ora?”
“No, non puoi. Senti, facciamo così, che poi dicono che sono un datore di lavoro senza cuore. Appena mi si libera un posto di Presidente del Consiglio, sei il primo della lista. Ok?”
“Grande Davide!”
“Ci si sente.”
“Ciao Mitico!”
“Ciao caro.”