Misurazioni feline

Misurazioni feline

gatto curioso

“Professo’, io questa cosa non la capisco.”

“Gennaro è normale che non la capisci, è una cosa un po’ difficile.”

“Gennaro è netturbino, e si capisce che non capisce, ma io che lavoro nella scuola, nemmeno l’ho capita!”

“Raffaele ma che dici, ‘lavoro nella scuola’… tu sei bidello. E se non era per tuo zio che ti raccomandava, finivi a scopare le strade come me!”

“Sì ma calmatevi voi due, che qua stiamo parlando di fisica, non di chi tiene i parenti più ammanicati.”

Le tre figure erano in piedi nel vicolo, sotto il cielo stellato della notte estiva. Si erano fermati a più riprese, per la foga della discussione, nel loro vagolare languido per i vicoli – facevano andare i piedi per far lavorare meglio la testa. E per prendersi un po’ di frescura e di sollievo dalla canicola del giorno appena finito.
Gennaro il netturbino si tolse il cappello e si grattò la testa perplesso. Si rivolse al professore:

“Insomma, professo’, lei mi vorrebbe dire che di questi cosarielli piccoli piccoli, le particelle, non potremo mai sapere niente, né dove stanno, né se stanno andando da qualche parte?”

Il gatto quantico

Tratto da: “Il gatto quantico

“Non è proprio così, ma quasi” disse il professore, sorridendo bonariamente con gli occhi azzurri sotto la barba corta e curata. Il professore era un bell’uomo alto che portava con eleganza la sua età e che non disdegnava di tanto in tanto di far innamorare qualche studentessa.

“Professo’ lei è troppo buono a dirgli così! Quello poi si crede che capisce qualcosa!” disse Raffaele, un ometto secco e alto, con il naso adunco e la bocca all’ingiù.

“Raffaele tu ti devi stare zitto, hai capito? la devi smettere con quest’aria di saccenteria che ti metti in faccia ogni volta che parliamo con il professore!” disse Gennaro, un ometto basso e rubizzo.

“Io e il professore ci capiamo perché lavoriamo tutti e due nelle scuole alte. Il professore all’università, e io al terzo piano delle scuole medie!” rispose con aria offesa Raffaele.

“Buoni, buoni” disse il professore, prendendo gli altri due sottobraccio e ricominciando a passeggiare lentamente. “Ve lo rispiego, statemi a sentire con attenzione. Parecchio tempo fa c’è stato uno scienziato, Heisenberg, che ha capito una cosa fondamentale: che il mondo intorno a noi non è quasi mai perfettamente conoscibile. Per esempio, se prendete una particella…”

“Uno di quei cosarielli di cui è fatto tutto?”

“Esatto Pasquale, uno di quelli. Se prendete uno di questi cosarielli, ehm, una di queste particelle, è così piccola, ma così piccola che alla fine solo due cose puoi sapere su di lei: o dove sta, oppure a che velocità si sta spostando. Ma Heisemberg ci ha detto che se sappiamo una delle due cose bene, l’altra non la possiamo sapere altrettanto bene, e viceversa.”

“Insomma questo scienziato Isembergo diceva che bisogna sapersi accontentare” disse Raffaele, che mostrava di capire commentando quello che diceva il professore.

“Eh, ma non è una questione di accontentarsi, è che non si può proprio farlo” rispose il professore.

“Professo’ e io che ho detto? Uguale!” disse Raffaele. “Uno non può pretendere di sapere tutto. Io per esempio, quando mia figlia esce, se esce di corsa cercando di non farsi vedere, secondo voi poi lo so dove sta con il ragazzo? No. Ma mi accontento di sapere che sta con un bravo uaglione. E quindi so che corre da qualche parte ma non so dove sta. Non si può sapere, è impossibile!”
“E pure tieni ragione Raffaele” disse il professore, che continuò: “e come mai non possiamo saperlo? Beh, Heisemberg aveva capito che se provate a osservare qualcosa, qualsiasi cosa, la modificate. L’osservatore non è mai separato, l’osservatore è sempre parte dell’esperimento.”

“Questa cosa è verissima, professo’ “ disse Gennaro piazzandosi a gambe large e mani dietro la schiena in mezzo al vicolo, segno che voleva dire qualcosa. “Io per esempio lo so benissimo che la sera, quando esco fuori al balcone per pigliare una boccata d’aria, che siamo all’ultimo piano e il tetto d’estate riscalda e non si respira, e mannaggia a mio cognato quando mi ha detto ti faccio avere un condizionatore a prezzo buono fai fare a me e quello si è pigliato i soldi e ora non mi risponde al telefono, ma che gli devo fare, poi mia sorella si dispiace che litighiamo, dicevo, quando esco sul balcone, e ci stanno i ragazzi sotto sulla panchina, quelli appena mi vedono smettono di fare i cretini, nascondono le canne e abbassano la voce. Basta che mi presento sul balcone, e quelli immediatamente fanno una cosa diversa. Poi io rientro e ricominciano. Ma appena esco che li voglio guardare, subito cambiano atteggiamento! Questa cosa io già la sapevo! Doveva arrivare un professore tedesco a dircelo? Noi italiani siamo una civiltà centenaria, anzi bicentenaria! E non c’è bisogno che viene uno a dirci cose che già sappiamo. ‘Sti tedeschi fanno la faccia seria e dicono le cose e tutti li prendono sul serio. E invece magari questo era uno che andava male a scuola ed era pure un poco nazista!”
“Genna’ tu sei il solito italiano che vede un tedesco e pensa che è nazista!” disse Raffaele. Gennaro stava per controbattere rosso in faccia ma intervenne il professore: “Buoni, buoni. In effetti Heisemberg ebbe difficoltà a superare gli esami all’università ed aiutò il regime nazista, magari in questo caso Gennaro non ha tutti i torti.”

“Professo’ d’accordo, ma finché si tratta di uaglionastri sotto il balcone, quelli ti possono vedere. Ma i cosarielli, le particelle, quelle mica lo sanno che in quel momento ti stai a fare gli affari loro e quindi si mettono a fare un’altra cosa. Che poi voglio capire che altro possono fare, a parte andare di qua e di là” disse Raffaele, che iniziava ad essere scettico su tutta la faccenda.

“Raffaele vedi, tu per guardare una cosa la devi illuminare giusto? Non vedi niente al buio. Ecco, se vuoi vedere una particella la devi illuminare.
Ma pensa, queste particelle sono così piccole e leggere che persino la luce le fa spostare. Perché la luce è leggerissima, ma pure queste particelle lo sono. Quindi, appena la luce le tocca e tu sai dove stanno, hai variato la loro velocità.”

“Io le uniche cose che vedo muoversi con la luce sono le piante” disse Raffaele, “allora perché anche tutte le altre cose non si muovono quando sono illuminate? Allora i miei vasi di gerani dovrebbero cascare ogni mattina quando li colpisce la luce!”
“Non succede perché le cose che vediamo ad occhio nudo sono molto più grandi e pesanti della luce. In effetti possiamo dire che le cose grandi influenzano quelle piccole, al massimo cose equivalenti si influenzano tra di loro, ma le cose piccole influenzano poco quelle grandi.”

“Professo’ voi avete sempre una parola di saggezza! Io tutto quello che dite lo vedo che è vero, e subito lo capisco perché sono cose vere, di vita vissuta!” disse Raffaele. “Io per esempio, quando vado alla Posta sotto casa per prendere la pensione di nonna…”

“Raffae’ ma tua nonna non è morta, riposi in pace?” chiese Gennaro.

“Sì, ma è morta ad Agosto, ci pareva brutto lasciare la pensione a mezzo, volevamo completare l’anno. È una cosa sentimentale, io quando vado a prendere la sua pensione mi sembra ancora di averla lì con noi.”

“Raffae’ questo gesto di affetto e rispetto verso tua nonna ti fa onore veramente!” disse Gennaro con gravità.

“Grazie. Dicevo, quando vado a prendere la pensione di nonna, ed è giorno di pensioni e stiamo tutti stretti stretti dentro la posta, se uno inizia a starti troppo addosso inizi a gridargli in testa per spostarlo. Ma hai voglia di gridare a quelli delle poste di fare presto, non si muovono di un millimetro! Ma quando esce il direttore tutto rosso e inizia a gridare che è ‘sto casino, dovete vedere come si rimettono tutti in riga!”
Il Professore assentì e disse: “Ti faccio un altro esempio. Gennarino, ti ricordi quando c’era quella gatta in calore sul muretto di fronte casa tua?”

“E come, non mi ricordo? Quella miagolava e Tiramisù, quel fetente del mio gatto, non stava nella pelle che doveva uscire. E io dovevo tenere le finestre chiuse sennò quello mi scappava via! Tra quella gatta che faceva, con rispetto parlando, la gattamorta e miagolava, Tiramisù che non stava nella pelle e si agitava, il caldo per le finestre chiuse, mia moglie che si agitava più di Tiramisù e io che ero più agitato di tutti e stavo per uscire pazzo! Ho provato a far stare zitta la gatta, le lanciavo le palline di carta, ma quella niente. Era tutto buio, ma la sentivo miagolare.”

“Ecco, le lanciavi cose troppo leggere e non la muovevi. E sapevi dove stava la gatta, ma non se stava andando su e giù sul muro, insomma sapevi la posizione ma non la velocità. E poi cosa è successo?”

“Professo’ ecco, io lo so che non dovevo farlo, ma a un certo punto Tiramisù voleva uscire e quando ho provato a prenderlo mi ha graffiato e mi si è alzata la nervatura e ho acchiappato Tiramisù, sono uscito fuori sul balcone e ho gridato e vacci da chella zoccola, ho preso la mira e l’ho lanciato addosso alla gattamorta e quella spaventata se ne è scappata via, l’ho vista passare come una furia sotto il lampione e correre via!”
“E a quel punto sapevi la velocità ma non sapevi più la posizione, perché l’avevi colpita con un corpo equivalente.” concluse il professore.
Il silenzio scese sul consesso di menti, che nel frattempo si era di nuovo fermato in prossimità del portone del palazzo dove abitava il professore.

“Ragionateci su questa cosa” disse il professore tirando fuori un mazzo di chiavi dalla tasca della giacca e aprendo il portone. “La prossima volta mi dite cosa ne pensate” concluse, e salutando entrò e richiuse.

Gennaro e Raffaele si avviarono in silenzio sulla strada del ritorno, ciascuno pensando a quello che avevano ascoltato. Ad un certo punto Gennaro si fermò in mezzo alla strada ed esclamò: “Rafe’ io di tutta questa storia, ho capito che tutti gli insigni dottori, gli eminenti professori, i grandi scienziati, che studiano come è fatto il mondo, sono tutti d’accordo nel dire che sono tanto scemi che non riescono a sapere due cose in croce di queste cosiddette particelle di cui è fatto il mondo!”.

“Genna’, ora hai detto una cosa buona!”

Tratto da: “Il gatto quantico” – Copia cartacea – eBook