Leasing

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“Mara, tesoro, mica hai visto la mia cravatta rossa?”

“Angela, hai finito di fare colazione? Scusa, dicevi?”

“La cravatta rossa.”

“Mmm… quella con i disegnini degli euro?”

“No, no, l’altra, quella scura. Volevo metterla per la riunione di Dipartimento giù in Facoltà.”

“Tesoro, aveva raggiunto l’expiry date ormai, come metà del tuo guardaroba. E’ venuto il corriere a ritirare tutto due settimane fa.”

“Ah già…” Il professor Ricciardi, ordinario di Storia dell’Economia, si grattò la testa in camicia e boxer.

“Papà distrattone!” disse Angela, sette anni, e rise, imitata da Corrado, il fratello minore.

Mara guardò i figli e sorrise. “Te ne ho ordinata un’altra, è ancora incellofanata insieme ai vestiti che non hai ancora messo a posto.”

“Prometto che lo faccio appena torno dal Consiglio.”

“Come no… Tieni il caffè e non fare tardi” disse lei, e gli allungò una tazzina. “La macchina del caffè non funziona più, e nemmeno la lavatrice. Sembra che non funzioni più niente. Il caffè te l’ho fatto con il bollitore.”

“Ma… si può? Non è che poi veniamo denunciati per uso improprio?”

“Ho cercato su internet, dice che si può fare. Per gli alimenti le regole sono più larghe, non c’è bisogno per forza di usare il macchinario in comodato.”

“Ah, interessante.”

“Ho già chiamato per far venire qualcuno a vedere cosa è successo. Tesoro, vorresti controllare le bollette quando torni? Ce n’è una con stampigliato sopra che sono sei mesi che non paghiamo.”

“Scherzi?”

“No, affatto.”

“Mmm… mi sa che è successo qualcosa quando ho cambiato conto corrente.”

“Ti prego, verifica. Non voglio avere problemi.”

“Come farei senza di te?”

“Non faresti.”

“Mi sa che hai ragione. Io scappo, bambini venite a dare un bacio a papà!”

 

Il professore stava armeggiando con la chiave della automobile parcheggiata davanti alla sua villetta, quando una voce dietro di lui lo chiamò.

“Professor Ricciardi?”

“Sì?” Il professore scrutò chi l’aveva chiamato, un tizio basso e riccio con gli occhiali a specchio.

“Biancardi, buongiorno. Sono qui per conto della Omnicorp” sorrise l’uomo, togliendosi gli occhiali e allungando la mano.

“Ah, bene! Ottimo, ottimo, molto veloci. Siamo clienti soddisfatti della Omnicorp, diamo sempre il massimo ai rating obbligatori di fine anno!”

“Ne sono estremamente contento. La soddisfazione dei nostri clienti è molto importante per noi.”

“Se va dentro troverà mia moglie che le indicherà tutto.”

“Signor Ricciardi, temo di dover parlare con lei. Un fatto increscioso è giunto alla nostra attenzione” disse l’uomo, con una espressione grave. “La Omnicorp ha appurato che lei sta continuando ad usufruire della dotazione Standard Plus – auto di fascia medio-alta, alloggio di fascia media con elettrodomestici Standard Superior, guardaroba per due adulti e due bambini, e così via – pur avendo chiuso il suo conto corrente, e avendo impedito dunque alla Omnicorp di prelevare quanto pattuito per i servizi erogati.”

Il professore, già mezzo piegato per sedersi in macchina, si drizzò di scatto: “Oh mio Dio… la bolletta scaduta!”

“Quindi ne era consapevole” commentò il rappresentante. Scosse la testa e scrisse qualcosa con un pennino su un tablet..

“Io… guardi, sono mortificato.”

“Certamente. E tuttavia, non possiamo continuare in questo modo. Lo capisce, vero?”

“Ma assolutamente! Un bene dato in usufrutto, a cui non è corrisposto il pagamento del dovuto per il godimento del bene… Ho ben chiaro il problema.”

“Magnifico! Ci intendiamo quindi. Bene, gli elettrodomestici sono già stati disattivati. Procederemo ora alla confisca del rimanente.”

“In che senso?”

“Siamo venuti con il camion apposta” disse l’uomo, togliendosi gli occhiali da sole e accennando verso la strada. C’era un camion parcheggiato, e due persone stavano fumando una sigaretta di fianco all’automezzo. Erano entrambi vestiti con delle divise nere e marroni. Ricordavano quello di un qualche corpo di sicurezza privata, anche se sembravano indaffarati a tirare giù dal camion un carrello da trasporto, di quelli per traslochi. Uno dei due era piuttosto muscoloso e aveva un tatuaggio che gli spuntava dal colletto della camicia e gli saliva per metà della faccia, l’altro era più basso e tozzo.

“Non vorrete davvero prendere la mia roba!”

“Professor Ricciardi, non è sua, è dell’azienda” lo corresse il funzionario della Omnicorp con un tono bonario da maestro che aveva beccato in fallo l’alunno. Poi chiamò i due uomini in attesa vicino al furgone, che buttarono le cicche a terra e si diressero verso casa.

“Un momento, un momento, fatemi capire!”

“Signor Ricciardi” disse il funzionario, “secondo i Patti di Surroga, i rappresentanti delle Società di Fornitura Globale e Sussitenza agiscono in veste di funzionari dello Stato quando i diritti della Società siano stati violati. In questo caso, in quanto rappresentante dello Stato autorizzo la perquisizione.”
“Mi appello contro tale decisione! E’ un mio diritto, no?”

L’omino fece una smorfia e fece cadere il sorriso untuoso che aveva mantenuto fino a quel momento. Sapeva che sarebbe stata una operazione fastidiosa da quando aveva letto sulla scheda che il soggetto era professore universitario. Più le persone avevano studiato, più pensavano di avere dei diritti da esercitare. Il problema è che nella maggior parte dei casi questi palloni gonfiati pagavano regolarmente, e non avevano mai a che fare con la legge, per questo si potevano permettere di vivere nella bambagia.

“Ma certo. Può fare appello. Le basta contattare un giudice statale.”

“E’ esattamente quello che farò!” disse il professore tirando fuori il cellulare. Lo fissò un secondo. Poi fissò il rappresentante.

“Già. Non funziona. Come l’automobile, casomai le venisse in mente di provare con quella.”

“Lei non mi può impedire…”

“Suvvia, io non le sto impedendo niente” disse il funzionario alzando entrambe le mani e riprendendo il sorriso di poco prima. “E’ liberissimo di fare quello che pensa meglio. Solo, non lo può fare con gli strumenti dell’azienda. Ecco, può andare a piedi, no? Ragazzi procediamo, fino a che non verremo bloccati dall’ingiunzione del giudice che il professore qui sta per contattare. Professore, le assicuro che ci fermeremo nel momento esatto in cui riceveremo l’ingiunzione!”

Entrarono in casa. L’omino iniziò a leggere dal suo tablet: “Bene, voglio una cosa pulita e veloce, come al solito. Le persone, fuori di casa.”

“Papà, che succede?” chiese Angela.

“Venite, piccoli” disse uno dei due facchini, quello con il tatuaggio. Corrado, spaventato, si alzò dal tavolo dove stava facendo ancora colazione e provò a raggiungere la madre, ma la mano dell’uomo gli afferrò al volo il braccino. Il bimbo iniziò a piangere.

“Mamma!”

“Lasci stare mio figlio!” intimò inutilmente il professore.

“Corrado!” gridò Mara. “Carlo che sta succedendo!”

Corrado si divincolò cercando di buttarsi a terra. Il facchino lo teneva fermamente.

“Tu invece, prendi la bambina e usciamo” intimò il funzionario all’altro. Sapeva per esperienza che, una volta presi i bambini, i genitori diventavano docili.

Angela era immobile con gli occhi sbarrati. Il facchino si avvicinò e la prese per mano, e lei non disse niente.

All’improvviso si sentì un grido. L’uomo tatuato, stizzito dal continuo dimenarsi di Corrado, gli aveva torto un braccio per farlo stare fermo.

“Non lo toccate, capito? Non li dovete toccare!” gridò il professore.

“No, calma, tutti quanti. Siamo tutti persone civilli, e io detesto queste dimostrazioni di emotività. Abbiamo diritto ad un uso moderato della forza, per far valere i nostri diritti. Fuori di casa, cortesemente.”

Raggrupparono la famiglia sul prato di fronte casa. Uno dei due facchini faceva la spola tra la casa e il camion.

“Bene, ora i vestiti.”

“Li state prendendo” sibilò il professore.

“Dobbiamo prenderli tutti. Se gentilmente voleste togliervi quelli che state indossando” disse in tono neutro il funzionario, mentre il facchino più tozzo poggiava delle buste per terra. Contenevano delle tute.

Mara singhiozzava e faceva no con la testa, stringendosi ai bambini.

“Ma possibile che non c’è modo di fermare questa follia?” gridò strozzato il professore.

“Ma certo. Basta pagare.” Sospirò il funzionario.

“Bene, e allora lasciatemi chiamare la banca! Vi faccio fare un bonifico immediato!”

“Non sono autorizzato a farle usare ulteriormente i mezzi dell’azienda. Gliel’ho già detto.” disse il funzionario, togliendosi gli occhiali da sole e pulendoli con una pezzuola. L’intera facceda stava diventando sempre più noiosa. “Ora, se voleste provvedere ad eseguire quanto richiesto, la cosa si concluderebbe in breve tempo.”

“Io non ci penso proprio a spogliarmi qui, in mezzo alla strada!” protestò Mara.

“Iniziamo dai bambini allora. Forza, spoglia il bambino piccolo” disse il funzionario rivolto all’uomo tatuato, che si girò e prese una gamba di Corrado per sfilargli la scarpa. Corrado finì col sedere a terra, e Mara cacciò un grido e diede una spinta al facchino.

Quello che successe dopo, non avvenne nemmeno in modo particolarmente rapido. Il funzionario staccò un taser agganciato alla cintura e lo premette con forza contro il fianco della donna, che si irrigidì come un bastone. Cadde dritta a terra, gli occhi rovesciati all’indietro e la schiuma alla bocca, mentre il corpo era percorso da spasmi.

Angela vomitò per la paura.

“Spogliala. In quello stato non potrà fare resistenza.” disse il funzionario. Poi, rivolto al professor Ricciardi: “State rendendo le cose difficili. E complicate.” E lunghe, pensò il funzionario. E lui aveva un mezzo appuntamento con gli amici per andare a bere una birra, che con tutta probabilità sarebbe saltato e questa prospettiva lo indisponeva. “Professor Ricciardi, io mi stupisco di lei. Lei è un professore di Economia, non sarà digiuno di giurisprudenza. Suppongo sappia quali sono i nostri diritti. E poi, suvvia, non mi dica che non ha letto il contratto che ha firmato con noi.”

La moglie del professore giaceva mezza nuda per terra, mentre il facchino con il tatuaggio le si affaccendava intorno. L’altro, quello più tozzo, aveva smesso di fare la spola e si era avvicinato per guardare.

“Hai finito in casa?” chiese il funzionario all’uomo appena arrivato.

“Quasi” disse quello, senza distogliere lo sguardo dalla moglie del professore stesa per terra. “Devo solo portare fuori le scatole con gli oggetti di proprietà.”

“C’è molto?”
“No, il solito. Roba alimentare. Qualche gioco dei bambini. Qualcosa di più in uno studio, libri e roba vecchia non fornita da noi.”

“Ah, va bene. Finiamo con loro allora, così li possiamo allontanare e procedere più spediti. Dunque” disse il funzionario, e abbassò lo sguardo sul suo tablet, “andiamo avanti. Ecco qua. Il ragazzino ha un apparecchio ortodontico. Uff. Corrado, mi fai vedere i dentini per piacere?”

“N..o…n…o” gemeva e singhiozzava con la faccia affondata nell’abbraccio del padre. Il professore aveva gli occhi rigati di lacrime e stringeva convulsamente i figli, tremando.

“Non è il caso di fare così. Si tratta di un apparecchio rimovibile. Prendete il bambino per piacere” disse, e slacciò il fermo del taser allacciato alla cintura. “Professore, ovviamente mi aspetto che lei si comporti in modo civile, altrimenti dovrò di nuovo usare, moderatamente come legge mi impone, la forza.”

Il professore era piegato in due abbracciato ai figli, e scuoteva la testa.

“Oh, su, su, è cosa di un minuto.”

Corrado venne preso dai due facchini e tenuto fermo.

Il funzionario si inginocchiò e ficcò un dito in bocca al bambino per sganciare l’apparecchio. “Ecco qua… ci siamo quasi… ho il dito sul perno di sgancio… AH!”

Corrado aveva morso il funzionario, che tirò la mano fuori di scatto con forza. L’apparecchio uscì dalla bocca di Corrado seguita da uno schizzo di sangue.

“IO TI AMMAZZO!” gridò il professore avventandosi sul funzionario. I due facchini gli furono addosso immediatamente, bloccandolo.

“Io davvero, davvero non capisco perché vi stiate comportando tutti così! Lo capisce o no, professore, che non può usare della roba non sua senza pagarla? Solo perché è un professore universitario, pensa che tutto le sia dovuto? Eh no, eh no! Anche lei deve pagare le bollette come noi poveri cristi! E’ la legge! Che diamine! E non uso il taser solo perché lei mi serve per firmarmi la ricevuta dopo, lo sappia! La mia stima per lei è molto bassa in questo momento!”

Corrado mugolava un verso monotono abbracciato al padre.

Il funzionario si massaggiò il dito che era stato morso. Ancora una volta, prese il tablet e proseguì la sua lista. “Ecco, vediamo ora. Dunque, la ragazzina…” si fermò di botto. Poi alzò lo sguardo. Si grattò la testa ed emise un sospiro. “Diamine, è la prima volta che mi succede. Mmm… beh, la legge è legge. Professore, leggo che avete avuto la sua prima figlia…”

“Angela, si chiama Angela!”

“Certamente, mi scusi se mi sono rivolto alla bambina in modo che lei ritiene poco educato. Angela. Avete avuto Angela con un procedimento di inseminazione artificiale.”

Il professore fece un cenno affermativo con la testa.

“…e non avete ancora finito di pagare il trattamento medico. Questo è davvero increscioso. Davvero increscioso. Professore ha idea di quanto state mettendo alla prova i miei nervi oggi? Che diamine, non sono mica fatto di pietra. E dover fare certe cose… questo si riflette sulla mia vita privata, cosa crede?”

Fece un lungo sospiro.

“Di questo credo che me ne dovrò occupare io.”

“Papà?” chiamò debolmente Angela aggrappata al professore.

“Su ragazzina – oh, mi scusi professore. Su, Angela, vieni qui. Farà più male a me che a te.” Avrebbe avuto davvero bisogno di farsi una bevuta, dopo questo.

“Io… Io… ho una soluzione. La posso pagare!” gridò il professore.

“Senta, non ricominciamo. Se ha il conto corrente fuori uso come fa? Le sue carte di credito non funzionano.”

“Ecco… ecco… prenda!” Il professore aveva tirato fuori dalla tasca il portafoglio, e ora teneva in mano una foglietto, spiegazzato e rotto in diversi punti, e colorato.

“Cosa è?” chiese il funzionario, guardando con la fronte aggrottata il pezzo di carta che il professore gli sventolava davanti.

“Una banconota!”

“Erano anni che non ne vedevo una. Ma è vera?”

“Sì, certo che è vera! La porto con me per farla vedere ai miei studenti. E’ vera, la prenda!”

“La prendo, e poi? Cosa me ne faccio? Mica la posso ficcare nel computer. Professore, io non so se una procedura del genere sia corretta. Non so nemmeno se sia più legale usare questa roba ormai. Non credo abbia più valore.”

“No! NO! Ha valore legale! Io lo so, io lo so! E’ uno degli argomenti delle lezioni di fine anno al corso di Storia della Finanza. Non è mai stato eliminato il corso di banconote e monete. E’ una stranezza, ma è così!”

“Beh, guardi, tecnicamente sarà anche così, ma io mi rifiuto di procedere in un modo così eccentrico.”

“Non può!” disse il professore, con il dito alzato.

“Certo che posso, chi me lo può impedire?”

“La legge! Non può rifiutarsi di accettare un pagamento effettuato con moneta avente corso legale. E’ la legge!”

Il funzionario allungò la mano e prese la banconota con due dita e la guardò controluce.

“Chi mi dice che sia vera?”

“Deve decidere lei. Ma se la rifiuta ed è vera, è andato contro la legge.”

Il funzionario girò la banconota con aria schifata.

“Qua sopra c’è scritto Cento. Significa che vale cento unità monetarie, ovviamente. Ma non è sufficiente ad estinguere il suo debito.”

“Ma basta per pagarlo parzialmente! Lo posso fare, è scritto nel contratto! Mi dà qualche giorno di tempo!”

Il funzionario sospirò. Poi, rivolto verso gli altri due: “State qui e dategli un’occhiata. Io faccio una telefonata.”

Il professore si buttò carponi sulla moglie e la tirò a sedere dolcemente per aiutarla a respirare. I bambini si accucciarono vicino alla madre.

“Bene, sembra che lei abbia ragione” disse il funzionario dopo qualche minuto passato a confabulare al cellulare. “Sono felice di informarla che gli elettrodomestici e tutto il resto sono stati riattivati. Professore, ha una settimana di tempo da ora. Ne faccia buon uso. Oh, riceverà a breve una e-mail con la richiesta di valutare il nostro operato. Spero che vorrà essere obiettivo e considerare ogni cosa nella giusta luce.” Fece per andarsene, poi ebbe come un ripensamento. Si girò verso il professore. “Senta, capisco che l’intera situazione possa essere stata percepita come estremamente stressante. Non gliene faccio una colpa in fondo se si è comportato in modo poco civile. Ecco, guardi, se vuole può attivare un supporto psicologico scontato per l’intera famiglia. Mi faccia sapere, e sarò felice di farvi avere un dieci per cento di sconto. Va bene?”

Il funzionario si rimise gli occhiali da sole.

“Ragazzi, andiamo. Ciao bimbi, fate i bravi! Arrivederci signora, e ci scusi per il fastidio.”