Povera bestia

Gatto

Povera bestia

Sotto le gomme dell’ampia berlina, bianca e azzurra come l’empireo, l’asfalto sudaticcio sfrecciava via veloce: “tempo da lupi…”, ragionava l’uomo al volante, mentre il gatto, ingabbiato come un pollo sul sedile posteriore, continuava a gnaulare insistentemente.
“Chissà perché poi, tempo da lupi… Immagino che anche i lupi non gradiscano…”, continuava a domandarsi l’uomo d’ordine.
Quando si è in auto, i pensieri più inutili riescono ad avvolgerti in un denso e subnormale tepore idiota. I bocchettoni dell’aria condizionata alitavano calduccio, quando il silenzio ricco di brontolii felini fu interrotto bruscamente da uno scatto d’ira: “MISERIALADRA! Smettila, Gnappo!”. Quindi il gatto tornò a darsi un tono.

“Brutta storia…”, pensò l’omaccione accostando di botto, incurante dello stridere pietoso dell’usurato cerchione anteriore destro, succube del malandato marciapiede prospisciente il suo ufficio.

“Gran bella strusciata, capo!”, la voce era quello di Gennaro, proattivo e frizzante sottoposto partenopeo, fermo sull’uscio del grosso palazzone grigio topo.
L’edificio, un grosso e sconcio monolito di cemento, era stato adibito pochi mesi prima a sede centrale del corpo di polizia della ridente cittadina di Casalfetecchia. In barba alla sua deformità e sconcezza architettonica, a quanto pare.

“Bon, salta su.”, dichiarò perentorio il guidatore.

L’auto fagocitò il fido aiutante, donandogli immediata tepidezza.

“Ispettore abbiamo novità, ma nulla di buono: purtroppo un nuovo omicidio.”

“Dammi dettagli.”

“Beh, l’ora del decesso, secondo le stime, è da collocarsi tra le 19:00 e le 21:00 di oggi. Da segnalare che la vittima è stata brutalmente martirizzata. Al cadavere sembrano mancare due denti, e c’è evidenza di segni che alluderebbero a dei piercing mancanti.”

“Uhm… capisco.”

“Aggiungo che la stessa è stata denudata, ma non sussistono evidenti segni di violenza.”

“Un caso molto simile a quello della settimana scorsa, a quanto pare.”

“Già. Tra l’altro, cosa curiosa, i piercing e i denti (d’oro), sono stati poi ritrovati in un cassonetto destinato alla plastica e ai metalli, situato poco distante dal luogo del fattaccio.
La scientifica, come sa, non omette di verificare alcunché.”

“Già…

Bon, urge sopralluogo. Ho una mia teoria ma ho bisogno di conferme.”

“Pronti.”

La scena del crimine, rivelata da una scadente luce giallognola, rafforzava l’alone macabro dell’ambiente. Il cadavere bianchiccio, accasciato sul cassonetto dell’umido, sembrava essere stato adagiato lì a posta da mano sapiente. Lugubre segno distintivo: un rivolo di sangue secco e rosso, di fianco alla bocca ormai opaca.

“Nuda, capo.”

“Già.”

“Sul cassonetto dell’umido.”

“Già.”

“Gran belle poppe, se posso permettermi.”

“Dice che dovrei dimagrire?”

“Intendevo la donna.”

“Ah.”

“…”

“Tra l’altro l’esperienza mi induce a dire che sono evidentemente rifatte.”

“Silicone?”

“Già.”

“NO! Cristo!”. Un urlo atroce sembrò deformare l’etere.

“L’ha sentito anche lei, capo?”

“È lui, Gennaro. L’assassino ci sta ascoltando.”. Quindi l’ispettore proseguì: “Bastardo, mi senti, vero? Ebbene questa volta hai toppato. SILICONE! Hai capito bene: SILICONE!
Gennaro, svuota il cassonetto del vetro, poi quello della plastica e dei metalli: qui, lungo la strada! Fai presto!”

“Operativo, capo!”. I rifiuti cominciarono a defluire lungo la strada, come stupidagini dalla bocca di un idiota.

“NO! Maledetti! Fermi! FERMI!”; a quel punto un distinto signore fece capolino tra i due, coltello alla mano, vestito di un sacco di carta e con una busta destinata per la racconta dell’organico, come bandana.

“Sapevo che l’avrei trovata qui, Dottore. Gli indizi erano fin troppo evidenti.”

“Bastardo! Adesso mi toccherà ripulire tutto!”

“Ecco, Gennaro, ti presento il dott. Refionzo: un luminare della monnezza.”

“Capo, non capisco.”

“Vedi Gennaro, quante volte una eccessiva passione, l’estrema ricerca della perfezione nel proprio lavoro, una attitudine troppo calcata, sfocia nel delirio? Troppe volte, te lo dico io.”

“…”

“Ispettore si faccia da parte, devo differenziare quella donna.”

“Mio caro dottore, si arrenda. E si faccia curare.”

“Ispettore, non mi costringa. Il mondo ha bisogno di ordine, di riciclo. I seni di quella donna vanno piazzati nell’indifferenziata!”

“Dott. Refionzo, mi dia il coltello… faccia il bravo.”

“Ispettore, lei non capisce. DEVO farlo: per me e per lei. Si fidi di me, se ci tiene alla sua vita. Non è come sembra!”

Il capo avanzò di un passo. Poi di un altro. Con gli occhi puntati nelle pupille dell’uomo di carta.

“Ispettore non lo faccia: si fidi di me, CRISTO!”

L’uomo, algido, proseguì ostentando sicurezza; fino a che una pallottola 7,65 mm Browning non provvide a sfondargli il cranio. Il colpo fu sordo, netto, e solo il copioso schizzo di sangue, misto a materia grigia, riuscì a riavviare l’immobile scorrere del tempo.

“CRISTO!”, si sentì gridare.

Il cadavere, prima di tingere di un rosso vivo la strada, strusciò sull’asfalto, poi si accasciò maldestramente.
Le luci paglierine dei lampioni osservavano pietose il corpo esamine. Dall’auto in sosta, poco più indietro, il miciopollo decise di stemperare la tensione leccandosi i genitali.

“Dottore, provveda a mettere ordine. Come al solito.”

“Cri… Cris…”

“Dottore? La vedo turbato.”, a parlare era stato Gennaro, occhi di ghiaccio e canna fumante.

“S…S…No, Signore.”

“Carissimo Refionzo, la lascio fare; lungi da me volerle metterle fretta. Come sa, mi fido di lei. E sa bene che ho i miei buoni motivi per farlo…”

“…”

“Non mi biasimi però, la prego. Spero mi perdonerà, ma ho un nuovo amico da portare a castrare. L’ispettore aveva davvero un gran buon gusto in fatto di gatti, devo ammetterlo.”

“C…certo, f… faccia pure. Me ne occupo io…”

“Come al solito.”

“Povera bestia”, riflettè Gennaro, dirigendosi verso l’auto d’ordinanza. Il micio da lontano tradì un sussulto.